L'Occidente adesso combatta non con la retorica del Je suis. Marcello Pera: il Giubileo: sarebbe una sconfitta metterlo a tacere per paura.

di David Allegranti

Marcello Pera, filosofo, già presidente del Senato, lucchese.

Siamo in guerra, senatore?
«Sì e da un bel po’ di anni. È una guerra che parte dell’Islam ha dichiarato nei confronti del mondo occidentale e cristiano, a cui noi dobbiamo reagire, con la consapevolezza che siamo in guerra. Questa volta mi pare che, a differenza di altre, la consapevolezza sia maggiore. Sento dire che siamo in guerra da persone che non usavamo questa espressione».

Si riferisce al governatore toscano Enrico Rossi?
«Sì, ci è arrivato in ritardo anche lui. Credo che sia tra coloro che hanno compreso che i buoni sentimenti, la brava retorica e il linguaggio educato non bastano più. C’è una guerra dichiarata, all’ultimo sangue, che va combattuta con tutti gli strumenti adeguati e proporzionati». 
Compreso l’attacco militare?
«C’è una guerra, che deve essere vinta e quindi può essere combattuta con diplomazia, intelligence, fino a usare strumenti militari. Credo che qui si debba fare una valutazione complessiva. La Francia ha fatto una guerra in Libia; sta bombardando l’Isis, la Siria e l’Iraq. Si è avuta l’impressione che la sua fosse una fuga in avanti non coordinata con il resto del mondo occidentale».
Quindi ci vorrebbe un intervento coordinato con la Nato?
«La Nato è il primo soggetto europeo e atlantico che dovrebbe prendersi una responsabilità in questo senso. Naturalmente deve essere attivato dai governi, che devono prima fare una valutazione complessiva della situazione. Ma temo che accadrà come altre volte; dopo qualche mese la paura comincia a venire meno e una soluzione non viene trovata».


Il Giubileo va tenuto comunque?
«Io penso che se noi non lo facessimo una prima parte importante di una guerra sarebbe perduta, perché una cerimonia così importante come il Giubileo verrebbe messo a tacere per la paura. Non si può e non si deve fare. Per questo, la prima mossa è acquisire la consapevolezza che siamo in guerra. Quindici anni fa, quando la guerra esplose nella maniera che tutti ricordiamo, questa parola non veniva usata, se non da coloro che venivano indicati come fautori dello scontro di civiltà; ci sono stati tanti episodi, in 15 anni, di piccole guerre che ci hanno richiamato alla stessa realtà e cioè che c’è una guerra in corso. È chiaro però che i Paesi dell’Occidente e dell’Europa devono pensare tutti alla stessa maniera; il rischio invece è che da un lato ci si consideri in guerra mentre dall’altro, per ragioni di interessi e vantaggi nazionali, questo venga contraddetto nei fatti. Se siamo in guerra ci sono anche dei sacrifici di guerra e delle spese di guerra». 


La dipendenza energetica dei Paesi europei è quindi un problema?
«I Paesi europei hanno dato la sensazione che preferiscono dimenticare la guerra per riprendere le relazioni di carattere economico, le quali servono all’economia degli stessi Paesi europei. Bisognerà dunque mettere su un piatto della bilancia le relazioni e dall’altro la risposta tempestiva: la guerra chiama a delle responsabilità che non possono essere nascoste, attenuate o mitigate con atti di furbizia o con evasioni nascoste». 


Si possono ancora fare distinzioni all’interno dell’Islam?
«Le distinzioni sono necessarie, anche perché per capire quali sono i nostri veri avversari non possiamo sbagliare obiettivi. Noi non siamo in guerra con tutti i Paesi islamici, non siamo in guerra con la religione islamica in quanto tale. Ma il momento delle distinzioni non può essere messo in primo piano e adesso deve essere il momento della responsabilità. Le distinzioni sono necessarie per condurre la guerra, non per riconoscerla, e quindici anni di distinzioni non hanno prodotto nulla, come distinguere l’Islam dai Paesi islamici o l’Islam radicale dall’Islam moderato. Intanto iniziamo dalla consapevolezza che c’è un problema di convivenza tra Paesi islamici, alcuni di questi diventati terroristi o fiancheggiatori, e l’Occidente. L’Occidente si difenda, ma non con la retorica dei Je Suis Paris, Je Suis Charlie o Je suis quel che sarà».


E come si risolve questo problema di convivenza, sia all’interno dei nostri Paesi, sia nei rapporti fra Stati?
«Viviamo in Paesi aperti e tolleranti, quindi la convivenza dovrebbe essere assicurata. Dobbiamo chiamare tutti coloro che non appartengono alla nostra tradizione a farsi primi interpreti della protesta. Ci sono leggi e costituzioni che dovremmo fare rispettare. Dovremmo essere meno tolleranti, perché noi siamo tolleranti anche nei confronti degli intolleranti. Censuriamo i quadri perfino, chiediamo scusa, ci vergogniamo, stiamo ammainando le bandiere della nostra identità. Se questo accade nei nostri Paesi, nelle relazioni fra Paesi invece prevalgono interessi di carattere economico e nient’altro. Ma il fenomeno più preoccupante è quello interno, perché noi ammainiamo le nostre bandiere e le nostre identità; non comprendiamo più perché siamo in guerra. E allora ogni volta ci stupiamo. Se avessimo fatto una analisi seria non ci saremmo dovuti stupire. Le nostre bandiere sono il bersaglio per i terroristi, ma se ce ne vergogniamo o pensiamo di nasconderle, il terrorista islamico si fa avanti».


Quindi ha ragione Marine Le Pen?
«La Le Pen gioca questo sentimento in chiave politico-elettorale. La comprendo, fa il suo gioco, ma questo viene molto prima della Le Pen; la Francia ha un forte senso della Nazione e dello Stato. Questa è una questione che i francesi dovrebbero considerare la questione repubblicana per eccellenza: chi siamo noi francesi, quale bandiera intendiamo seguire e come dovrebbe essere rispettata».