Il sen. Pera partecipa alla presentazione del libro di mons. Luigi Negri "Fede e cultura. Scritti scelti" con il Cardinale Julian Herranz presso la Sala dei Cento Giorni - Palazzo della Cancelleria - alle ore 17,30.

Intervento del sen. Marcello Pera
Consentitemi di rifare un ringraziamento molto cordiale ad un amico che è Mons. Luigi Negri che mi ha fatto l’onore di invitarmi alla presentazione di questa sua opera; un bellissimo volume anche dal punto di vista estetico e della grafica, invidiabile. Grazie Mons. Negri, io ho accettato molto volentieri. Lei sa la simpatia e l’amicizia che ho nei suoi riguardi.
Saluto e ringrazio e anche per le cose che ha detto, Sua Eminenza Cardinal Herranz; saluto e ringrazio tutti voi per essere qua, ivi compreso l’amico Marco Ferrini. 
Questa è la terza volta nella mia vita che io mi trovo a confrontarmi con il pensiero filosofico di Mons. Negri. Non che sia la terza volta che lo incontro, è la terza volta che medito sul suo pensiero filosofico.
La prima è proprio quando, ancora non lo conoscevo, bazzicando la filosofia mi imbattei in quest’opera di Mons. Negri su Hobbes. E ne rimasi colpito perché, era ovvio c’era scritto che l’autore era un prete. E un prete che si occupa di Hobbes costituisce non dico una bizzarria, ma un po’ una anomalia, perché di solito i preti non si occupano di Hobbes, e quindi.. . Intanto che aveva avuto degli eccellenti maestri e che aveva scritto un’eccellente opera. Perché Hobbes è un autore che è un po’ sulfureo dal punto di vista della Chiesa cattolica; perciò ne rimasi colpito, sia per l’interesse per questo autore, sia anche per le cose assennate, profonde e per l’interpretazione che Mons. Negri dava di Hobbes.
Quando poi conobbi personalmente Mons Negri, mi resi conto che non è che lui profumava di zolfo, come Hobbes, ma lui era zolfo travestito da prete. Questo è Mons. Negri: zolfo puro sotto un abito talare che gli fa particolarmente onore.
La seconda volta in cui mi imbattei nel suo pensiero è quando mi fu chiesto di scrivere una prefazione ad un’altra sua opera, più recente, nel 2007, ed era intitolata “Un umanesimo del Terzo Millennio”. Questa è un’opera, come le altre sul pensiero di Giovanni Paolo II e sulla dottrina sociale della Chiesa, che appartiene alla seconda fase degli studi e della meditazione di Mons. Negri. Intendo per seconda quella che segue alla prima che appunto è dedicata prevalentemente ad autori come Hobbes o Campanella. Un altro po’ di zolfo è lì messo da parte.
Io ricordo che quando mi fu chiesto di scrivere questa prefazione, mi trovai in imbarazzo perché – conosco me stesso, avevo letto il dattiloscritto – da un lato dovevo fare una prefazione ad una persona che peraltro mi era diventata personalmente amica, con cui avevo rapporti di amicizia e di stima, ma dall’altro lato dovevo dire la verità. Ora dire la verità e parlare bene di un amico è un’impresa che non riesce bene neanche ai gesuiti, è un’impresa che riesce molto difficile, come è ben noto, e quindi cercai di districarmi in qualche maniera. E ricordo, voglio ricordarlo qui, e venendo a Hobbes, io gli feci in quella prefazione tre domande, ma che tutte hanno un padre e che è proprio Hobbes.
Qual è la tesi di Mons. Negri su Hobbes e sulla modernità?
La tesi è nota ed è una tesi corretta, e cioè a partire da Hobbes, convenzionalmente perché poi gli anni possono cambiare, si può retrocedere ancora un po’ rispetto al Seicento di Hobbes, c’è una rottura nella cristianità e nella cultura politica. C’è una cultura politica prima di Hobbes e c’è una cultura politica dopo di Hobbes; e Hobbes appunto rappresenta l’elemento di crisi. Perché?
In quel libro Mons. Negri lo spiega. C’è un cambiamento di antropologia, cambia il modo con cui si vede l’uomo. L’uomo pre hobbsiano, l’uomo medioevale è un uomo sottomesso a Dio, alla legge naturale, la quale legge naturale da all’uomo i criteri del bene e del male. 
Ma l’uomo hobbsiano non è così; l’uomo hobbsiano è un signore, un individuo singolo, nel senso di atomo, che è dotato di un diritto fondamentale, uno, che è il diritto della autoconservazione, dal quale diritto Hobbes fa discendere una serie di tanti altri diritti. Ma discendono come le conseguenze, discendono dalle premesse.
Se l’uomo ha il diritto fondamentale all’autoconservazione ne segue che l’uomo ha tanti altri diritti. Nel Leviatano a partire da quel primo diritto nel cap 14 Hobbes ne menziona almeno 15 di altri diritti dell’uomo, impliciti in questo. Cosa è che è tipico in questo modo di ragionare? Che cosa è accaduto lì? E’ che in tutto questo non c’è Dio. Perché il principio fondamentale che è l’autoconservazione e le conseguenze del principio, sono i diritti derivati dal diritto di autoconservazione. Qui Dio non c’è più, Dio scompare. E lì si misura il dramma, lo chiama così Mons. Negri, il dramma dell’antropologia del cambiamento, dell’antropologia della modernità.
Dramma fondamentale del nostro tempo, è un’espressione che ovviamente ricorda quella di De Lubac, il dramma dell’umanesimo ateo. 
Come è lo stato di Hobbes? C’è un individuo che ha un diritto fondamentale, l’autoconservazione, quindi bisogna difendersi, ne va della sua vita. Quindi se trova accanto a se un altro individuo, con cui ha delle relazioni non pacifiche, ha anche il diritto a usare le armi. Ma se fa così c’è il famoso bellum omnium contra omnes. Allora quell’individuo, per conservare il proprio diritto alla vita, cosa fa? Si inventa lo stato e gli cede tutti quei diritti originari e tutti quelli che ne seguono: tu stato sei l’autore di tutti questi diritti e la tua funzione è quella di conservarli, la autoconservazione della vita. Il Leviatano, questo mostro che spoglia l’uomo della sua essenza, della sua umanità, la prende su se stesso e diventa l’arbitro della sua vita. E’ il Seicento, sembra di parlare il linguaggio di oggi, lo diceva già il direttore Bechis, perché oggi è accaduto così, abbiamo ceduto tutto allo stato.
I nostri stati, non occorre stare in Parlamento e fare il senatore per capire una verità così, i nostri stati legiferano su tutto, magari legiferassero, ci rubassero soltanto i diritti di carattere economico, no, legiferano su tutto. Non c’è elemento della persona umana e della vita umana, dalla culla alla bara, come si dice, che non sia di proprietà della legislazione dello stato. E guardate che gli stati legiferano su questo, cioè si vota su questi diritti fondamentali, nonostante gli stessi stati, ivi compreso il nostro stato, nelle loro carte costitutive abbiano delle dichiarazioni impegnative secondo le quali essi stati, si impegnano – la parola è sempre la stessa, il verbo è sempre lo stesso, in tutte le costituzioni e a partire dal 1789 – a riconoscere i diritti dell’uomo. Questa cosa è scritta per la prima volta nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, è riscritta nel 1789 nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, è riscritta tante volte fino al 1948 nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E anche nel 1945 è scritta nella Costituzione italiana. Leggetele tutte le costituzioni e vedrete che questo verbo ricorre sempre. 
Perché è impegnativo e importante quel verbo? Riconoscere i diritti dell’uomo vuol dire che l’uomo è un individuo che non può essere spogliato, si dice di riconoscerli, significa che ha i suoi propri diritti originari, innati, inviolabili, e tutta una serie di aggettivi che sono spesso dei sinonimi, per dire che sono suoi propri, ingeniti. Il primo documento che io conosco della Chiesa cattolica e che usa questo aggettivo, ingeniti, è la Rerum Novarum. Sono suoi propri, lo stato non può toccarli, non può invaderli, non può violarli. Allora noi oggi – ecco il dramma dei cambiamenti dell’antropologia della modernità – noi viviamo in una fase in cui i nostri stati si sono impossessati delle nostre persone cioè dei nostri diritti. Viviamo in una maniera schizofrenica, perché da un lato ci riconosciamo e anzi ci esaltiamo come grande civiltà, democratica, liberale, come la volete dire, proprio perché finalmente siamo arrivati a riconoscere questi diritti inviolabili diritti dell’uomo, dall’altro lato nei nostri parlamenti ogni giorno deliberiamo su tutti questi diritti, li cambiamo, fino a quelli più delicati. Possiamo approvare anche il diritto all’aborto, che è contrario palesemente ad un diritto ingene dell’uomo, che è il diritto alla vita. Possiamo deliberare, approvare il diritto al matrimonio omosessuale e anch’esso è contrario ai diritti costitutivi. Ecco, dunque noi siamo a questa schizofrenia.
Contro questa schizofrenia, questa situazione della modernità, che nasce con Hobbes, cioè nasce il giorno in cui l’individuo si stacca da Dio e attribuisce la sua persona allo stato, al Leviatano, contro questa schizofrenia, questo dramma della modernità o dell’umanesimo ateo, Mons. Negri adduce come terapia la dottrina sociale della Chiesa. E’ lì che mi tocca fare il gesuita. Ha scritto un libro, più di un libro – guardate anche le opere scelte adesso pubblicate che mostrano come Mons. Negri sia tra le persone più competenti su questo argomento, sulla dottrina sociale della Chiesa, sulla questione della inviolabilità della persona, dei diritti, e così via.
Ma avevo delle preoccupazioni, e ce l’ho ancora oggi, caro amico, penso di avercene più oggi di quanta ne avevo ancor pochi anni fa. E le preoccupazioni, cito due righe, è la prima volta che in vita mia cito me stesso, ma siccome sono domande, lo posso fare. Dissi, chiesi nella prefazione a Mons. Negri: 
quanto c’è nel Vangelo di rilevante per la questione sociale? Dico Vangelo, per dire Scrittura. Che cosa c’è nella Scrittura di rilevante per la questione sociale?
Seconda domanda: che cosa c’è nel Vangelo di contenuto positivo, di indicazione positiva e precisa che riguardi la questione sociale?
E la terza domanda è analoga e cioè: quel tanto che c’è nel Vangelo, che non c’è nel Vangelo, e dico Vangelo per dire l’intera Scrittura, giustifica l’elaborazione di una dottrina sociale? Perché ero rimasto colpito, anch’io so un po’ di zolfo, per cui ero rimasto colpito dalla circostanza che i documenti della dottrina sociale, come tutti i documenti della chiesa ovviamente contengono dei riferimenti e delle citazioni. E se si guardano questi documenti ancora oggi, sono documenti che citano solitamente un precedente documento della dottrina sociale o un documento ancora precedente, in genere non si va più indietro della Rerum Novarum, e pochi sono i riferimenti alla Scrittura. Mi ha colpito e perciò mi sono chiesto quale nesso c’è – perché è fondamentale dal mio punto di vista, ma credo dal punto di vista di tutti e di ciascuno di noi che vuole adottare la dottrina sociale della Chiesa – quindi quale nesso c’è tra la Scrittura, cioè la Rivelazione da un lato e dall’altro la dottrina sociale della Chiesa. Ora non voglio insinuare qui dei dubbi, spargere altro umanesimo ateo, ma mi piacerebbe discuterla questa questione e perciò approfitto della presenza di Mons. Negri perché le preoccupazioni aumentano.
Pacem in Terris: è la dottrina che più fa riferimento ai diritti umani. Fa un elenco lunghissimo dei diritti umani la Pacem in Terris. Non è facile nemmeno l’aritmetica in questo caso perché non sono numerati. Io che ho provato a numerarli mi sono fermato mi pare a 57, no a 43. La Pacem in Terris contiene una indicazione di 43 diritti umani che sono divisi in 8 classi. Guardate che la maggior parte di questi documenti che fanno riferimento ai diritti umani, molti di questi documenti, sono anteriori, non alla Pacem in Terris, ma alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il che dovrebbe dire anche qualche cosa, cioè che non è vero che la Chiesa è andata direttamente a rimorchio della cultura secolare o laica nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, perché molti sono antecedenti, cioè l’indicazione come diritti inviolabili o ingeni che si trovano come ho già detto prima già nella Rerum Novarum cioè molto prima della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Ma la Pacem in Terris contiene delle indicazioni su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, anche per capire se riusciamo a venire a capo di una situazione, quella di oggi, che è una situazione preoccupante agli occhi di tutti, credenti e non credenti; perché noi siamo tutti schiacciati dal Leviatano e non soltanto dalla crisi economico-finanziaria, direttore Bechis, perché se avessimo solo quella in Europa, cioè la crisi economico-finanziaria, saremmo a metà fortunati, no, noi stiamo attraversando una crisi morale e spirituale che è di gran lunga peggiore della crisi economica e finanziaria e che l’aggrava, perché ci priva di identità, ci priva del senso della missione, ci ruba il futuro, non ci consente di rispondere a chi siamo noi e che cosa vogliamo. E’ questa la crisi grave. Non lo dica al prof. Monti che magari ne trae qualche indicazione o nomina un tecnico ad hoc per questo argomento. Quindi Mons. Negri, si prepari.
Dunque, Pacem in Terris, paragrafo 36. Mi permettete di leggerlo? Credo che sia interessante.
“Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona”. Ecco la modernità. Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova il suo fondamento, la sua indicazione nei diritti e nei doveri della persona. Nessun padre della Chiesa l’aveva detto così, è chiaro, no! Il bene comune non è il diritto della persona, il bene comune è l’ordine fissato da Dio, cioè la giustizia. Il bene comune è la nostra adesione, l’adesione dei singoli a quell’ordine. Non che noi come individui facciamo l’ordine; è la modernità. 
Per cui, interessante anche questo: “i compiti dei poteri pubblici” – cioè degli stati – “consistono nel riconoscere” – il verbo di prima – “rispettare, concorrere, tutelare, promuovere questi diritti”. E poi ci aggiunge: “per cui” – conseguenza – “ogni atto dei poteri pubblici” - dello stato, del governo, del parlamento, dovrebbe essere inclusa anche la magistratura ma ..che è anch’essa un potere pubblico – “che sia o implichi un misconoscimento o una violazione di questi diritti, è un atto contrastante con la stessa ragione di essere dei poteri pubblici e rimane perciò stesso destituito di ogni valore giuridico”. 
Impegnativa questa asserzione. Il primo che la scrisse è John Locke. Qui non c’è scritto, la Chiesa non cita John Locke e neanche Hobbes. Insomma vuol dire che un atto di un potere politico, che violi i diritti fondamentali è destituito di valore. Guardate non dice soltanto non è morale, per te credente, per me credente, per noi uomini, no no, è destituito di valore giuridico. Il che basterebbe questa frase per dichiarare illegittimi quasi tutti gli atti dei nostri parlamenti di oggi. E’ il Leviatano di oggi. Però non è questo il punto su cui voglio richiamare la vostra attenzione. 
Ciò su cui voglio richiamare la vostra attenzione è il cambiamento che c’è stato nella interpretazione del cristianesimo tra pre modernità e la modernità. San Tommaso, S. Agostino, padre della Chiesa non si sarebbe potuto esprimere così. Non avrebbe detto che gli uomini hanno dei diritti e gli stati sono legittimi se rispettano quei diritti. La prima cosa che avrebbero detto è che gli uomini hanno dei doveri, sono sottoposti alla legge naturale. Dopo tutto la Scrittura, la Scrittura contiene i 10 comandamenti, non contiene i 10 diritti fondamentali dell’uomo. Qui dunque richiamo la vostra attenzione per mostrare che secondo me c’è un cambiamento nella interpretazione del cristianesimo, di Cristo così come lo ha interpretato la pre modernità fino a Hobbes, e come lo interpretiamo noi oggi. Be’, fenomeno storico da studiare, da esaminare e persone competenti come Mons. Negri lo sanno fare e lo fanno. 
Però io ho un’altra preoccupazione. Che questo si possa fare, sia stato fatto tutto in documenti della Chiesa lo stanno a dimostrare. Ma oggi noi che abbiamo fatto questa operazione, noi cristiani, noi cattolici, ci troviamo di fronte al fenomeno del Leviatano, cioè ci troviamo di fronte a quello che venne chiamato la esplosione o proliferazione di diritti. 43? Oggi ne abbiamo 433, ogni giorno ne nasce uno. Ogni giorno un gruppo, un individuo, una minoranza invoca un diritto, fondamentale, umano, un parlamento si riunisce, delibera ed è aumentato l’elenco dei diritti umani fondamentali, un disastro. Mons. Negri, Cardinal Herranz, un disastro, perché molti di quei diritti che stiamo approvando e che approviamo tutti i giorni, sono una specie di veleno contro i precedenti diritti, e sono una sorta di suicidio, consentitemi di usare questa espressione, sono una sorta di suicidio della nostra civiltà, perché molti di questi diritti sono diritti proprio nel senso di Hobbes, prescindono da Dio. Già! E come si fa a recuperare Dio in questa dimensione? Questo è un compito…. Hobbes non aveva questo problema, o se l’aveva lo risolveva alla sua maniera. Noi oggi dobbiamo legare questi diritti a Dio, e come facciamo?
Intanto consentitemi di essere un po’ ironico, è un Dio generoso perché ci dà 43 diritti, poi ce ne dà altri, e così via, e così via. Noi non sappiamo dove si ferma questa deriva. Quello che è più preoccupante è che non abbiamo un criterio per fermarla, perché se uno viene fuori in un parlamento e dice dobbiamo approvare una legge sul diritto – facciamo l’esempio dell’ultimo, che dell’aborto ormai non si ricorda più nessuno – al matrimonio omosessuale, è l’ultima ancora in discussione, resisterà poco, vedrete, resisterà poco anche in Italia, qual è la risposta? No, perché, io dico no, giusto no? perché sono omofobico, perciò confesso in pubblico anche un peccato, dico no. La motivazione dottrinale del no, Mons. Negri, qual è? E’ contrario alla morale naturale, è contrario all’ordine naturale, è contrario all’ordine stabilito da Dio, perché uomo e donna Iddio li creò. E allora vuol dire che noi, se diciamo così, io l’accetto di dire così, ma allora stiamo combinando una miscela che non sappiamo dominare: da un lato la cultura dei diritti e dall’altro lato stiamo recuperando la cultura originaria dei doveri, dei comandamenti. Questo è il dramma nostro. 
Come si esce? Sono una serie di preoccupazioni. La dottrina sociale della Chiesa solleva questi problemi, perché combina in una maniera che ancora non è una cosa definita, combina cioè due dottrine: una è la dottrina dei diritti, quella che viene da Hobbes e l’altra è la dottrina della legge naturale che non viene da Hobbes, e anzi è quella che Hobbes aveva sconfitto, è la dottrina di Tommaso. E noi oggi dobbiamo trovare una dottrina, una super dottrina se così posso dire, che combini questi due filoni e che stanno avvelenando la nostra civiltà di oggi. E’ chiaro che noi stiamo andando tutti direttamente verso la dottrina di Hobbes, l’ho detto prima, questa è la strada che abbiamo preso, abbiamo secolarizzato, prescindiamo da Dio, questa è la dottrina, noi parliamo il linguaggio dei diritti. Ma se non riusciamo a combinare questa dottrina con quella dei doveri, cioè con la dottrina dei comandamenti, e non riusciamo a far comprendere a noi stessi, a me in primo luogo, che primo non è il diritto ma primo è il comandamento, primo è il dovere della legge naturale da cui nasce il diritto, se non comprendiamo questo, se pensiamo che i diritti siano primi, originari, assoluti e da questi nascano i doveri, per implicazione, se noi pensiamo questo, noi uccidiamo una notevole parte della dottrina tradizionale della Chiesa, favoriamo il Leviatano, perché il Leviatano, così vorace è lì che ci aspetta ogni giorno e ci chiede: oggi quali diritti? E noi gliene diamo uno al giorno.
Ma se noi, ripeto, non riusciamo a frenare quella deriva, non indichiamo una dottrina che è superiore e migliore a quella dei diritti, noi continueremo a nutrire il Leviatano il quale non sarà mai sfamato completamente. E perciò rischiamo con i nostri stessi mezzi, ecco il suicidio, con i nostri stessi mezzi, con questa interpretazione che sembrerebbe ormai pacifica e accolta, cioè il cristianesimo che cos’è? È la religione dei diritti. 
Io sono convinto, cari amici, io sono convinto che il cristianesimo sia una religione dei comandamenti ed è una bella religione perché è la religione dei comandamenti di Dio, di quel Dio. La religione dei diritti è una religione laica, è una religione razionale, è una religione commerciale, è una religione a buon mercato, è una religione che ci sta portando in una terra spiritualmente e moralmente deserta, come quella in cui secondo me noi viviamo in questi ultimi anni.
Ecco, queste le riflessioni che Mons. Negri con il suo zolfo mi ha sollecitato e sono anche un altro po’ di zolfo che io rimetto a lui per sapere come lui risolve il problema, se lui ritiene che sia un problema, che io ho appena indicato.
Vi ringrazio.