Bologna, 13 novembre 2006

Cappella Farnese. Palazzo d’Accursio

di Marcello Pera

 

1. Il risveglio dei neocon

Quelli come me vengono solitamente additati come “teocon”, “neocon”, “atei devoti”, o altre etichette denigratorie e irridenti.

Veniamo considerati cinici senza princìpi e furbi senza scrupoli. In realtà, non crederemmo a nulla, non saremmo competenti in materia di religione, non avremmo titolo a parlarne, e lo faremmo solo perché intendiamo tessere trame politiche e perseguire obiettivi personali. Naturalmente, noi saremmo anche a favore dello scontro di religione e di civiltà, e, va da sé, saremmo razzisti o in senso stretto oppure in senso culturale.

Prendere le difese di gente così sembra un’impresa disperata, anche perché talvolta questi malvagi si trovano nella condizione di essere “invisi a Dio e a li nimici suoi”. A parte i soliti cattolici di sinistra che a Bologna come altrove hanno sempre sparso incenso in ogni sezione Marx, Gramsci o Togliatti, altri bravi credenti e praticanti, soprattutto “adulti”, ci sono ostili e ― mi sbaglierò ― ma ho l’impressione che anche qualche esponente della gerarchia cattolica ci getti talvolta occhiate di sospetto e di stupore, più da specie animali ancora non classificate che da pecorelle smarrite.

Pazienza. Ma se la virtù cristiana della pazienza basta e avanza sul piano personale, su quello culturale e politico non è sufficiente, perché la posta in gioco è troppo alta per consentire che sia trattata con battute di spirito o anatemi o sguardi obliqui. Perciò continuo a difendere la mia causa e a spiegarne le ragioni.

I malcapitati neocon, in Italia, sono nati tardi, precisamente l’11 settembre 2001. Quel giorno ― e poi successivamente l’11 marzo 2004, a Madrid, e il 7 luglio 2005, a Londra ― gli attentatori ci dissero varie cose. Una fra tutte: che meritavamo di essere puniti perché “giudei e crociati”, cioè ebrei e cristiani.

In verità, era la prima volta che ce lo sentivamo imputare e la maggior parte di noi non pensava neppure che si trattasse di una colpa, anche perché non credeva più di esserlo, o non si ricordava più di esserlo stato, ebreo e cristiano. I più si erano abituati, anche perché così ci era stato insegnato, a definirsi in tutt’altro modo. In Italia, ad esempio, eravamo stati educati a dirci laici e antifascisti. Apparentemente, secondo i nostri maestri, bastava questa definizione per dirci chi siamo. E non importa se di laici ce ne siano di vari tipi, alcuni assai poco raccomandabili, e  che, fra gli antifascisti, ci fossero, e ci siano ancora, tanti illiberali e antidemocratici. Oppure che di fascismi ce ne sia più d’uno, compreso quello che ci aveva definito “il grande Satana”, che ci condannava a morte con decreti di autorità religiose, che voleva la distruzione di Israele, e che dalle minacce passava ai fatti, con le bombe, gli attentati, i kamikaze.

Svegliati di soprassalto, sempre quel giorno cercammo di capire. Ci guardammo attorno e, anziché trovare le prove della nostra colpa, scoprimmo un paradosso: che mentre venivamo attaccati per essere i rappresentanti della civiltà ebraico-cristiana noi eravamo impegnati proprio nel distruggere i capisaldi della civiltà ebraico-cristiana. Per dirla in breve ed essere più chiari, quelli ci accusavano di essere una cosa ― ebraico-cristiani ― di cui noi eravamo invece orgogliosi di non essere più. Insomma, eravamo colpevoli di essere innocenti. Davvero un bel pasticcio che bisogna capire.

Per cominciare, precisiamo che quando dico “noi”, non mi riferisco a noi come singoli individui. Ci sono ancora tanti buoni credenti, tanta gente che va in Chiesa e partecipa alle funzioni, tanti osservanti che si confessano e si comunicano a Natale, anche se si stanno rassegnando all’idea diffusa dalle maestre multicuturaliste che dire “Buon Natale” è un’offesa agli altri. No, quando dico “noi”, mi riferisco alla collettività, alla società, a noi come Europa, anche come Italia. Insomma, mi riferisco a noi come civiltà occidentale. Che cosa stiamo facendo?

 

 

2. L’Europa e l’apostasia del cristianesimo

 

Limitiamo lo sguardo al vecchio Continente. Alcune date sono emblematiche per capire la storia recente dell’Europa. Mi limito a ricordarne tre.

Anno 2000. A Nizza viene approvata la Carta dei diritti europei. Ha un preambolo sottoscritto dai capi di stato e di governo, come si addice a tutti i solenni grandi atti battesimali. In quel preambolo, che dovrebbe spiegare agli europei perché si unificano e su che cosa è fondata la loro unione, si dice che l’Europa è “consapevole del suo patrimonio spirituale e morale”. La formula è desolantemente generica: quale patrimonio spirituale? In realtà, la formula, che pure era costata tante difficili e aspre discussioni, è lucidamente precisa: essa dice che l’Europa nega la religione come elemento di unione dei suoi popoli.

Anno 2004. A Roma viene firmata la Costituzione europea, che, nella seconda parte, ingloba tal quale la Carta di Nizza. Anche la Costituzione ha un preambolo. Esso dice che l’Europa si ispira alle sue “eredità culturali, religiose e umanistiche”. Questa formula fa un passo avanti rispetto all’altra, e non a caso è costata ulteriori accesi dibattiti: “religioso” è un po’ più preciso di “spirituale”. E però è anch’essa altrettanto generica: di quale religione si tratta? In realtà, la formula non è affatto generica; essa dice una cosa molto netta: che l’Europa nega il cristianesimo come fattore dell’identità europea.

Detto fatto. Ancora anno 2004. Non si sono ancora spente le ultime note delle fanfare di Roma che un candidato alla Commissione europea, il ministro Rocco Buttiglione, viene bocciato perché afferma che, da cittadino, è contrario ai matrimoni omosessuali, anche se naturalmente si dichiara disposto ad accettare quelle leggi italiane o europee che dovessero stabilire il contrario. Così un altro passo avanti è fatto: dalla negazione della religione si è passati prima alla negazione del Cristianesimo e poi al suo divieto, alla discriminazione.

Che significa questa serie di negazioni? Significa apostasia della religione e della cultura cristiana. Significa che l’Europa ammaina una bandiera, quella del Cristianesimo, che è la sua principale, perché tutti, proprio tutti ― compresi i capi di stato e di governo europei ― sanno che senza il Cristianesimo l’Europa, come cultura e come civiltà, non esisterebbe. Non esisterebbe neppure la bellezza del suo ambiente, perché è costellato di chiese, non esisterebbe la sua musica, perché la più bella è sacra, non la sua letteratura, perché al suo meglio ha ispirazione religiosa, e neanche esisterebbero la maggior parte delle sue conquiste civili, perché hanno fondamento nel Vangelo prima che nelle costituzioni o nelle leggi.

Esempi dell’apostasia e della paura? Ce n’è più d’uno ogni giorno. Che cosa sono le scuse offerte ai violenti per alcune vignette su Maometto? Che cos’è l’invito accolto a non eseguire un’opera di Mozart perché lì Maometto vi compare al pari di altri dèi con la testa tagliata? Che cos’è il silenzio sulla satira sul Papa e su figure e simboli delle religioni ebraica e cristiana? Che cos’è l’allontanamento di una hostess perché porta un crocefisso al collo? Che cosa sone le messe quasi di nascosto per commemorare un martire cristiano della violenza? Che cos’è la mancata difesa di Benedetto XVI dopo la sua lezione di Regesnburg? Eccetera, eccetera.

È paura, stanchezza, apostasia. Paura politica, stanchezza morale, apostasia culturale. È lì, quando si è accorto di questo stato di cose, che anche il liberale più addormentato si è svegliato neocon e si è risentito. Altro che colpevoli di essere cristiani ― si è detto stropicciandosi gli occhi ― noi siamo colpevoli di essere esattamente il contrario! Il neocon perciò non è uno che si è convertito al Cristianesimo, salvo che già prima non credesse. Non è uno che vuole usare la religione come un’arma. È uno che non vuole avere paura e non vuole fare l’apostata, non perché necessariamente sia religioso ma perché della religione apprezza la funzione sociale e, in particolare, del Cristianesimo apprezza i princìpi e i valori che ha diffuso in tutto il mondo e di cui sono piene le carte fondamentali di tutto il mondo.

Da ultimo, il neocon non è neppure uno che rifiuta ― come si dice ― il dialogo o la tolleranza o il confronto. È uno che difende un’identità perché sa che, senza identità, il dialogo si trasforma in monologo, quello degli altri, la tolleranza in acquiescenza, il confronto in resa. E se gli si obietta che, difendendo la propria identità, il neocon, lo voglia o no, conduce allo scontro, egli risponde che lo scontro lo provoca, e loperde, chi ammaina la bandiera, non chi chiede per la propria bandiera tanto rispetto quanto si deve a quella degli altri. Diciamo la verità: il neocon avrebbe fatto volentieri a meno di esserlo, anche perché, come tanti, si trovava bene nella pigrizia morale e intellettuale bevuta col latte materno. E forse avrebbe anche fatto a meno di agitarsi, salvo applaudire, se altri si fosse svegliato e incaricato di dare la sveglia.

 

 

3. Lo scadimento morale trasformato in virtù

 

Domanda: perché l’Europa è diventata terra di apostasia della tradizione cristiana? Perché, su tutti i principali terreni, ha trasformato i suoi difetti in virtù e i fatti del suo scadimento in valori della sua cultura dominante. Consideriamoli brevemente uno a uno i fatti principali di questo scadimento eretto a bontà.

Sul terreno economico. L’Europa non è solo poco competitiva rispetto all’America, ma lo sta diventando anche rispetto a nuove aree emergenti del globo, come la Cina o l’India. Come sta reagendo? Trasformado la propria debolezza in un modello, la cosiddetta “terza via” o il cosiddetto “modello sociale europeo”, intermedio tra quello socialista e quello americano. Gli altri lavorano di più? Noi dobbiamo avere più tempo libero. Gli altri hanno più competizione? Noi dobbiamo avere più protezione. Gli altri fanno più ricerca? Noi dobbiamo assicurare l’istruzione superiore a tutti. Gli altri hanno più flessibilità sul mercato del lavoro? Noi dobbiamo avere più giustizia sociale. E così via. Non stupisce che ci sia chi ritiene che l’Europa debba staccarsi, o comunque diventare un “contrappeso” dell’America, come disse il presidente della Commissione europea Prodi. Naturalmente, non importa se poi l’America va avanti e noi alla deriva.

Sul terreno sociale. Qui l’Italia è un caso tipico. Abbiamo bisogno di immigrati e naturalmente abbiamo la necessità di integrarli. Che si fa? Semplice: si trasforma un fatto in un diritto e una circostanza in un’ideologia. Ci sono già tanti immigrati? Viva il multiculturalismo. Sei arrivato qui cinque anni fa e hai trovato un’occupazione? Bene, allora ― come prescrive il disegno di legge del ministro Amato ― sei un cittadino italiano. E ovviamente non importa se la concessione accelerata della cittadinanza non è uno strumento di integrazione. Non importa se la cittadinanza non sia solidarietà o ospitalità, bensì sovranità. Importa che l’identità italiana sia poco e valga poco. Perché così prescrive il multiculturalismo, così vuole il relativismo, così ― come dice il ministro Amato nella sua relazione al Parlamento ― si può “dare vita a una idea di cittadinanza ‘aperta’ di stampo socio-culturale”.

Sul piano dell’identità culturale e spirituale. In Europa passa di tutto: la critica alla tradizione, il rifiuto del Cristianesimo, l’idea che ogni esperimento scientifico sia un bene. Non è da stupirsi che qui si chiamino e si considerino “conquiste civili” l’aborto, l’eutanasia, l’eugenetica, il matrimonio omosessuale, e da ultimo il partito dei pedofili, la poligamia e l’autocertificazione del sesso o genere di appartenenza. Che cosa è successo? È successo quello che Giovanni Paolo II paventava, l’alleanza fra il relativismo morale e la democrazia: qualunque desiderio si può trasformare in diritto purché votato a maggioranza. In generale, è successo che una tendenza culturale contraria alla nostra tradizione cristiana sia diventata un principio virtuoso: il principio della secolarizzazione. Come se secolarizzazione volesse dire scristianizzazione. Come se separare la chiesa dallo stato volesse dire separare la religione dalla vita della gente. Come se lo stato potesse fornire un credo, come già fornisce i biberon, pannolini, i concerti rock o le feste gay. Perché libero è bello, anche se non è cristiano. E poi perché è bene che il Cristianesimo lo si professi a casa propria, in silenzio per non disturbare i vicini o il sindaco laico e progressista, e meglio se in modica quantità.

 

 

4. “Come se Dio esistesse”

 

C’è rimedio a questo stato di cose? Deve esserci, perché la perdita delle nostre radici, il decadimento della nostra civiltà sono un danno per tutti.  Io, di rimedi, ne indico due.

Il primo l’ha suggerito il Papa e lo faccio mio. Nella sua prima enciclica e anche prima, e poi nella lezione di Regensberg e anche dopo, Benedetto XVI ci ha dato alcune indicazioni che, se ascoltate, andrebbero a beneficio di tutti.

Prima. Che i non credenti, compresi i neocon, dovrebbero vivere secondo la formula velut si Deus daretur. Perché vivere come se Dio esistesse equivale ad avvertire il peso di un giudice delle nostre azioni, diverso dal proprio interesse personale e contingente. Perché con questa presenza nella nostra coscienza si avverte anche il senso del limite, del lecito, del sacro, dell’inviolabile. Per parte mia, questa formula l’accetto. Comporta un onere, perché è faticoso essere coerenti con essa senza ipocrisia. Chi la rifiuta ha anch’egli un onere, però: deve spiegarci su che cosa fonda la sua morale. Non può dirci che buono è ciò che è utile o ciò che approvano i più, perché è utile, ad esempio, non avere un vecchio da assistere, ma non per ciò è cosa buona lasciarlo solo, e, quanto ai più, essi hanno approvato anche il nazismo e il comunismo, che non per questo sono regimi buoni.

Seconda indicazione del Papa, collegata alla prima. I nostri princìpi e valori più fondamentali ― la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, la parità, la tolleranza, eccetera ― non solo solo nostri, sono di tutti, sono universali. E lo sono perché sono legati all’uomo in quanto uomo, non in quanto cittadino di questo o quello stato. E allora di questi princìpi e valori devono godere tutti gli uomini, in tutti i luoghi. E dunque laddove ad alcuni, da qualche parte, siano negati, lì c’è violazione di un ordine di Dio o, per i non credenti, violazione di un ordine naturale e razionale.

Terza indicazione del Papa, derivata dalla precedente. Quando si crede in Dio, o si vive come se Dio esistesse, non si invoca un’entità qualunque. Almeno il Dio cristiano è caritas e logos. Perciò, come ha detto il Papa a Regensburg, non agire secondo logos, cioè secondo ragione, è contrario a Dio. Ne segue, che noi, cristiani di fede o di cultura, non possiamo essere fondamentalisti, perché il fondamentalismo è contrario alla ragione. Ne segue anche che gli altri, in particolare islamici, non possono essere violenti, non possono considerarci “infedeli”, non possono interpretare la loro jihad come una guerra, perché anche tutto questo è contrario alla ragione.

Quarta e ultima indicazione del Papa. Il dialogo. È un obbligo. Ma il dialogo, perché sia davvero un dialogo, deve essere senza ambiguità e con reciprocità. “Senza ambiguità” vuol dire che io non rinuncio a difendere la mia identità e verità. “Con reciprocità” significa che tu sei obbligato a riconoscere a me gli stessi diritti che io riconosco a te. Per fare un esempio, se qui è consentito pregare e costruire una sinagoga o una moschea, allora anche là deve essere consentito recitare preghiere e edificare una chiesa. O, per fare un altro esempio, se qui una donna ha gli stessi diritti di un uomo, anche là deve valere lo stesso.

 

 

5. Il conservatorismo liberale

 

Quello indicato dal Papa è un rimedio culturale alla nostra crisi, oltre che religioso. Mi resta da dire del rimedio politico. Siccome il discorso mi porterebbe lontano, mi limito ad un punto.

Non credo che la sinistra ― comunista, socialista, laica e anche liberale ― abbia oggi rimedi. O non vede il degrado o ne è la causa. È soprattutto la sinistra che oggi diffonde la laicizzazione, che vuole impedire alla chiesa di parlare, che pratica la scristianizzazione, che nega la richiesta di identità. È la sinistra che predica un europeismo retorico e vacuo. Ed è la sinistra, proprio quella che ieri sosteneva la subordinazione dell’individuo alle masse e al collettivo, che oggi esalta invece l’esatto contrario, che ogni libertà concessa al singolo individuo è una conquista sociale, un progresso. Dunque, la sinistra oggi non ha cultura adeguata per risolvere la crisi. Anzi, l’alimenta.

Sul fronte opposto, a confrontarsi con la sinistra, c’è la destra. Ma anche qui non è che le note siano sempre liete, almeno in Europa e anche in Italia. C’è dappertutto, fra la gente, fra tanti giovani, un risveglio del senso religioso. C’è una richiesta diffusa di difendere la nostra tradizione. C’è bisogno crescente di identità. E, accanto a questo, c’è la consapevolezza che lo stato che tiene a balia gli individui non è più accettabile moralmente e sopportabile finanziariamente. La coniugazione di questi due tipi di bisogni ― difesa della nostra tradizione, diminuzione dell’ingerenza statale,  cioè il meglio della cristianità, il massimo delle opportunità ― porta anche da noi ad una dottrina. È quella del conservatorismo liberale. In sostanza, vuol dire questo: prudenti nel cambiare la nostra tradizione, responsabili nell’esercitare la nostra libertà. Mi domando: la nostra destra condivide questa dottrina? Vuole farla propria? Vuole cercare, a partire da essa, di costruire un movimento unitario, una forza unica, un partito solo?

Mi piacerebbe pensare che sia così, ma talvolta inclino a ritenere che non sia ancora così. Non è così, a mio avviso, quando si sente discutere di leadership, anziché di programmi. Non è così quando si sente parlare di partito “di centro” o “dei moderati”, anziché specificare attorno a quale perno ruota il centro e su che cosa si deve esercitare la moderazione.

Oggi l’Italia è governata da una sinistra che o guarda all’Ottocento, alle vecchie idee di lotta di classe, di ricchi che devono piangere, di redistribuzione delle ricchezza, di uguaglianza sociale, oppure guarda avanti senza alcun freno morale, agli scienziati che fanno sempre bene come fanno, agli uomini e alle donne che hanno sempre diritti qualunque cosa rivendichino. Che questa sinistra sia rappresentata da un cattolico tanto “adulto” da consentire la sperimentazione sugli embrioni o i matrimoni omosessuali, dice quanta confusione e sbandamento e contraddizione ci sia dentro di essa. Ma dice anche quale spazio si apre sul fronte opposto. Lì ci vuole chi capisca che il conservatorismo liberale può frenare la nostra crisi. Che lo spieghi in modo credibile. Che lo sostenga in modo serio. Che non lo subordini a convenienze del momento.

I “neocon” vogliono proprio questo e si battono per questo. Se non mi sbaglio, c’è sempre più gente che la pensa allo stesso modo.