La campagna referendaria sta anteponendo il giudizio sul Governo alla discussione sulla riforma costituzionale. È un grave errore, perché si può essere all’opposizione e riconoscere che la riforma servirà alla stessa opposizione quando tornasse a governare. È il caso di ricordare che dei 180 voti favorevoli alla riforma nel voto finale al Senato, oltre 70 (il 40%) sono stati espressi da senatori non Pd e che la stessa Forza Italia ha votato a favore nelle prime letture, dissociandosi solo dopo l’elezione del Presidente della Repubblica.

Se la si guarda senza l’animo della polemica, la riforma ha innegabili vantaggi. In primo luogo, elimina quel bicameralismo perfetto che richiede che il governo abbia la fiducia, con la stessa maggioranza, in entrambe le camere. La storia recente mostra che questo risultato è difficile da ottenere, perché, in base alla Costituzione vigente, i deputati sono eletti “a suffragio universale” mentre i senatori sono eletti su “base regionale” dai soli elettori con più di 25 anni.

Così quattro milioni e mezzo di cittadini votano per la Camera e non per il Senato: si tratta di una generazione, che tende ad avere comportamenti elettorali difformi dalle precedenti, sì che è sempre più elevato il rischio di esiti elettorali difformi, anche con leggi elettorali omogenee. Lo prova la storia recente. Nel 1994 Berlusconi ebbe la maggioranza alla Camera ma non al Senato, nel 1996 Prodi la ebbe al Senato ma non era autosufficiente alla Camera, e nel 2006 lo stesso Prodi vinse con un margine di 25 mila voti alla Camera, ma ebbe 244 mila voti in meno al Senato, dove raggiunse la maggioranza assoluta solo grazie ad alcuni seggi vinti nella circoscrizione estero.

Oltre a ciò, la riforma costituzionale corregge l’attuale estenuante procedura legislativa del “ping-pong”: salvo su alcune materie ben precisate, legifera solo la Camera, e se il Senato si oppone e propone modifiche, la Camera avrà l’ultima parola. I senatori saranno ridotti a 100. Diminuiscono i costi della politica. Si riforma il Titolo V: in base alla stessa giurisprudenza della Corte costituzionale, vengono ricondotte allo Stato le materie concorrenti attribuite alle Regioni dalla riforma della sinistra nel 2001. Si riduce così un lungo ed estenuante contenzioso costituzionale. Si aboliscono definitivamente le provincie. Si abolisce il Cnel. Si limitano i decreti legge. Si introduce il voto a data certa sui disegni di legge essenziali per l’attuazione del programma di governo. Si introduce l’obbligo del parlamento di votare le leggi di iniziativa popolare. Viene rafforzato lo strumento del referendum.

Gli elettori di centro destra sono stati a favore della riforma della costituzione fino dal primo governo Berlusconi del 1994 e della Commissione bicamerale D’Alema del 1997. E sostennero una riforma costituzionale che la sinistra bocciò col referendum del 2006. Noi crediamo che questi elettori debbano riprendere la vecchia bandiera, anche ora che la sinistra ha cambiato la sua tradizionale posizione.

Se vincesse il No, due conseguenze sono prevedibili. Primo: la costituzione italiana, che tutti chiedono di cambiare, diventerebbe intoccabile. Chi e come potrebbe iniziare un altro processo riformatore dopo due referendum falliti? Secondo: se l’Italia non mantenesse le promesse di riforma, perderemmo di credibilità. Chi ci darebbe in Europa più flessibilità e chi ci accorderebbe sui mercati più fiducia? Non è vero che, se vincesse il No, si potrebbe sùbito ricominciare da capo e fare meglio. Accadrebbe piuttosto che non si farebbe più nulla per anni, precipiteremmo in una grave crisi istituzionale, e correremmo il rischio di avventure politiche.

Il Comitato “LiberiSì” è costituito da personalità che sono fuori dai partiti, i quali mantengono il loro libero giudizio personale sull’attuale Governo. Essi si rivolgono a tutti quei liberali, democratici, popolari, riformisti, che ritengono che il prossimo referendum costituzionale sia l’occasione preziosa e irripetibile per rendere le nostre istituzioni più efficienti, più snelle, più trasparenti. La riforma è necessaria per l’Italia, non per un solo partito.