Pera dissente da Gelmini e Carfagna (Fi) che dicono di accodarsi perché tanto si perde
Referendum, non si può votare sì
Non è una scelta pragmatica ma soltanto rinunciataria

di Marcello Pera

Due a me care e da me stimate ex-colleghe di Forza Italia, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, sono di recente intervenute sulla questione del referendum per il taglio dei parlamentari sostenendo le ragioni del Sì. Incuranti che alla mia età anche un piccolo colpetto al cuore può spedirmi ad osservare il mondo dal lato del Paradiso (non ho dubbi in proposito: le pene dell'Inferno già le sconto ogni giorno su questa terra), le due amiche mi hanno spiegato che occorre essere «coerenti» e «pragmatici».

Pragmatici, perché, grazie al vento anticasta che ancora soffia, il referendum passerà facilmente, sì che è inutile opporsi. Coerenti perché, dice Gelmini, nel 2008 deputati e senatori di Forza Italia firmarono un «patto del parlamentare» che prevedeva una riforma costituzionale in cui era inserito anche una sforbiciata al Parlamento, e, dice Carfagna, perché Forza Italia ha votato a favore di questa riforma.

Come vede, direttore carissimo, io non ho fortuna con le donne. Quando le invitai a votare Sì al referendum costituzionale Renzi-Boschi, loro mi risposero no; e ora che le invito a votare No al referendum Grillo-Di Maio mi rispondono sì.

Stavolta il loro argomento è la coerenza. «Per coerenza non mi riconosco fra chi ha votato a favore della riforma in Parlamento e oggi invece ne prende le distanze», dice Carfagna; «per coerenza, il centrodestra sostiene le ragioni del Sì dopo aver approvato il taglio in Parlamento», dice Gelmini. Ora, di per sé, la coerenza non è una virtù: uno è virtuoso non se è coerente e basta, ma se è coerente con una posizione virtuosa. Chi dice una minchiata e la ripete in continuazione per obbligo di coerenza è solo un minchione. A quale posizione virtuosa si riferiscono Gelmini e Carfagna? Perché hanno votato sì in Parlamento?

Fu un errore, come esse stesse oggi ammettono. Carfagna parla di «rischio di bloccare la nostra democrazia» e di «effetti collaterali devastanti», se passa il referendum; Gelmini è così poco entusiasta del taglio che dice che la riforma è «piccola e insignificante». Non sarebbe meglio allora considerare le conseguenze perniciose del referendum, essere meno cavillosi sulla coerenza, e dire che la riforma non è solo falsa e demagogica, ma dannosa?

Immaginino Gelmini e Carfagna un Senato con duecento membri. Quasi sicuramente non sarà a base regionale, perché intere regioni potrebbero essere escluse. Poi non sarà rappresentativo, perché con collegi tanto grandi i senatori avranno sempre più scarso legame col territorio e sempre più stretto vincolo con i vertici del partito. Poi sarà un bazar politico: si formeranno gruppi come gli pare che vorranno essere coinvolti nel governo. Mettere in mano il voto di fiducia ad un'assemblea siffatta è come dargli una pistola: la scaricherebbero su chiunque. Altro che maggiore competenza, sarà il trionfo dell'irresponsabilità e dell'ingovernabilità.

Mi obiettano: lo sappiamo anche noi, ma non possiamo metterci contro perché il referendum passerà lo stesso. Certo, la partita del Sì è stata agevolata dalla Corte costituzionale (un consesso, detto tra parentesi, a cui non riesce mai di essere autorevole), che ha respinto il ricorso Cangini.

Ma si è proprio sicuri del vento anti-Casta? Considerate che la campagna sui «furbetti» del sussidio stavolta ha fatto ploff. Considerate anche che il calo del movimento-partito Cinquestelle deriva proprio dal fatto che i cittadini hanno compreso che proprio loro sono e vogliono essere casta, sì che le loro posizioni in proposito sono screditate.

E considerate infine che gli stessi cittadini mostrano di non gradire, per parlar gentilmente, coloro che (vedi Renzi), per opportunismo, inseguono i Cinquestelle.

Ora che sono sempre più anemici, vogliamo fargli proprio noi una trasfusione di sangue? Mica penseremo di passare per vincitori? Se vince il Sì, sul palco o al balcone si affaccerà Di Maio, non Berlusconi. E nessuno dirà a Berlusconi: «Bravo, Silvio! Sei stato coerente con quel che dicevi nel 2008!». Penso piuttosto che molti diranno: «Cribbio, Silvio, anche stavolta sei venuto meno ai princìpi fondativi che professavi nel 1994 e 1996, quando dicevamo: liberale, uninominale, presidenziale!».

Vabbé, il mondo va così, bischero io che me la prendo. Ma ancora un'osservazione, care Mariastella e Mara, anzi, una domanda. Che volete dire, tutte e due, quando sostenete che bisogna essere «pragmatici»? Che cos'è il pragmatismo? Dire e non credere? Affermare e smentire, secondo le circostanze? Negare i princìpi? Strizzare l'occhio a Conte? Stare in un'alleanza di centrodestra con un piede dentro e uno fuori?

Sì, lo so, la realtà è complessa, bisogna adattarsi, non si può essere rigidi e dogmatici. Ma qual è il limite? A voi, care amiche, è mai venuto il sospetto che, a forza di essere pragmatici, i nostri elettori hanno finito col considerarci eclettici, elastici, disponibili, e cedevoli a tal punto che, alla fine, hanno cominciato a guardarci con sospetto e infine ad abbandonarci?

Salvo che nei Cinquestelle, non c'è più esponente di peso di qualunque partito che voterà convintamente il Sì. Ma se a Forza Italia sono convinti che il Sì sia il prezzo che il Pd ha dovuto pagare a Di Maio per formare il governo, allora, a meno di non voler aiutare Conte, Di Maio, e Zingaretti, nessuno dovrebbe fare come il Pd. E sono certo che se un paio di mesi fa avessimo cominciato a illustrare i difetti enormi della riforma, il No avrebbe vinto.

Ora è tardi? Non è un argomento, neanche pragmatico, per rinunciare a dare battaglia e ad aprire gli occhi degli italiani su che cosa li aspetta se si gioca con le istituzioni. Si comincia con i decreti del presidente del consiglio e si finisce col pensare che la democrazia non è poi un gran bene.

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