John Cabot University

Roma, 16 maggio 2005

 

Signor Arcivescovo Foley,

Presidente, Ambasciatore Creagan,

Board of Trustees,

Cari studenti

1. Domande, risposte, argomentazioni

Oggi mi viene fatto un grande onore di cui sono particolarmente lieto. Ringrazio coloro che lo hanno deciso. E mi congratulo con il Presidente, ambasciatore James Creagan, il quale assumerà presto altri prestigiosi incarichi accademici, il Senato accademico, i presidi, i professori. È grazie a loro se la John Cabot ha conseguito straordinari risultati che fanno onore agli Stati Uniti, all'Italia e alla città di Roma. Ed è grazie a loro se voi studenti avete avuto il privilegio di studiare in un ambiente così stimolante come quello che ci circonda. Non credo di meritare le parole con cui sono stato presentato e neppure credo di avere meriti speciali o più meriti di altri. Ho cercato, in tutta la mia vita, di ispirarmi a qualche principio, di capire, di interrogarmi, di trovare qualche soluzione personale ai molti problemi che ho incontrato. Tutto qui. Devo fare un discorso di conferimento delle lauree. Ciò mi ricorda con nostalgia il tempo che ho passato con i miei studenti e il modo in cui ero solito fare lezioni. In proposito, ho un principio. Per fare una lezione, si deve scegliere un tema. Ma una lezione non parte da un tema, parte da un problema. Perciò una lezione non è un semplice discorso, è un argomento a sostegno di una risposta specifica ad un problema specifico. La differenza è cruciale. Se hai un tema e dici qualcosa su di esso, allora parli come un politico. Se hai un problema e trovi una risposta, allora hai qualche probabilità di diventare uno studioso. Naturalmente, se non hai né un problema né una soluzione e parli nei bar o scrivi sui giornali, allora sei un autentico intellettuale. Talvolta inclino a pensare che è questa distinzione a spiegare perché ho lasciato l'università e sono diventato un senatore. Il problema su cui qui intendo brevemente intrattenermi con voi è l'Occidente. Più precisamente, le mie domande sono: perché l'Occidente è in crisi? Che cosa possiamo fare per superare questa crisi?

2. La crisi dell'Occidente geopolitico

Per cominciare, è necessaria una precisazione. Il concetto dell'Occidente può essere preso in due sensi: come area geopolitica e economica, come comunità culturale e spirituale. Nel primo senso, l'Occidente consiste di paesi che hanno gli stessi obiettivi, strategie, interessi, relazioni, istituzioni. Nel secondo senso, l'Occidente consiste di popoli che condividono gli stessi princìpi, valori, ideali, impegni religiosi. La mia tesi è che l'Occidente è oggi in crisi in entrambi i sensi. Più precisamente, ritengo che la crisi dell'Occidente in senso geopolitico sia una conseguenza, forse la conseguenza, della crisi dell'Occidente nel senso culturale. Comincio dalla crisi geopolitica. Fino ai tempi della guerra fredda, quando il muro di Berlino era il simbolo della divisione del mondo in due blocchi contrapposti - non solo militarmente ma ideologicamente - l'Occidente, definito anche "mondo libero", copriva sia l'Europa che gli Stati Uniti. Non si dava solo il caso che l'Europa avesse bisogno dell'ombrello dell'America per il suo sviluppo economico e sociale, o che l'America avesse bisogno dell'alleato europeo per la sua guerra fredda al comunismo. Né si dava solo il caso che Europa e America costituissero un unico mercato. Questo è vero, ma solo parzialmente. Il fatto è che Europa e America si sentivano parte di una stessa area, comunità, civiltà. Oggi non è più così. Tra Europa e Stati Uniti si sta producendo qualcosa di simile ad una deriva geopolitica dei continenti. Ciascuno sembra andare per conto proprio e in direzioni diverse. Dopo il crollo del Muro, l'Europa si è trovata davanti ad un bivio. O proseguire il progetto originario dei Padri Fondatori (De Gasperi, Adenauer, Schuman), vale a dire edificare un'area su una cultura comune in stretta alleanza con l'America, oppure costruirsi come una potenza geopolitica autonoma, con sue proprie e specifiche politiche economiche, sociali, di sicurezza, estera. L'Europa oggi ha imboccato questa seconda strada. Ma lo ha fatto a metà, con incertezza, come se non fosse sicura che sia la strada giusta. È certamente vero che per numero di abitanti, risorse, capacità produttive, tecnologia, ricerca, possibilità di crescita, l'Europa può diventare una grande potenza mondiale. Di fatto, lo è già. Ma una grande potenza ha un ruolo, non solo interno ma anche esterno verso la più ampia comunità internazionale. Non deve avere soltanto una politica di sicurezza domestica, ma anche una sola politica estera e una sola politica militare. In altri termini, una grande potenza non ha solo un peso, ha anche delle responsabilità. L'Europa non sembra volersi assumere queste responsabilità. Molto spesso essa si mostra debole e divisa. Quasi sempre decide di non decidere. L'impressione che produce è che essa non sia pronta, o non desideri essere pronta, ad accollarsi gli oneri corrispondenti al suo ruolo. Più di un caso sembra provare questa resistenza europea. L'Europa considera con sospetto il dibattito sull'esportazione o promozione della democrazia nella regione mediorientale e nell'Asia centrale. L'Europa è evasiva sui disegni per dare finalmente voce alle speranze di popolazioni che per decenni hanno conosciuto solo dominazione e repressione, come in Afghanistan o in Iraq. L'Unione Europea è timida - e talvolta tentata di indulgere nell'appeasement - di fronte al fanatismo islamico. La stessa Unione è divisa riguardo alla identificazione dei gruppi terroristici. E quando si arriva alla questione dei diritti umani fondamentali, molti intellettuali e leader politici europei introducono clausole, distinzioni, formule sottili, anziché prendere posizioni precise. È come se niente fosse mai bianco o nero e tutto avesse sempre colori indefiniti. Che cosa se ne può concludere? La mia conclusione è che il continente geopolitico europeo si stacca da quello americano. Non parlo di responsabilità, registro un fatto. Il risultato di questa deriva tra le due sponde dell'Atlantico sembra un ribaltamento di una costante storica, cioè una sorta di isolazionismo da parte dell'Europa, in opposizione al nuovo interventismo americano. Quel wilsonismo idealistico armato che caratterizza l'attuale amministrazione americana è considerato in Europa una forma di imperialismo o una volontà di ingerenza nella vita degli altri paesi. Dopo la caduta del comunismo, l'Europa sembra davvero credere di poter vivere per sempre in un'oasi felice. O credere che stia per arrivare la "fine della storia" di Fukuyama o per avvicinarsi la "pace perpetua" di Kant.

3. La crisi dell'Occidente culturale

Come è potuto accadere tutto questo? Per trovare una risposta, dobbiamo tornare al significato culturale di Occidente, quello culturale di cui ho detto all'inizio.

Da questo punto di vista, l'Occidente è un credo, una professione di fede in certi aspetti fondamentali tipici della sua civiltà. La convinzione profonda sottostante a questo credo è che le società occidentali hanno sviluppato princìpi e valori che sono universali, o comunque migliori di, o preferibili ad, altri.

Per secoli, l'Occidente ha coltivato questa convinzione. Esso ha pensato che la verità, la libertà, la democrazia, la tolleranza, il rispetto, la compassione, e molti altri valori collegati, fossero nati in un posto ma validi in tutti i posti. È da questa convinzione che sono nate le Carte, Convenzioni, Dichiarazioni sui diritti umani, che appunto si dicono universali, ad esempio quella delle Nazioni Unite. È sulla base di questa convinzione che si è sviluppato il fenomeno della globalizzazione.

Oggi l'universalismo è entrato in crisi. È considerato il frutto proibito e avvelenato dell'Illuminismo. Un mito senza alcun fondamento razionale o morale.

Ecco due citazioni da due autori, il primo americano, il secondo inglese, che respingono decisamente l'universalismo.

Ha scritto il celebre Samuel Huntington, nel suo libro The Clash of Civilizations:

"L'idea occidentale dell'universalità della cultura dell'Occidente è affetta da tre problemi: è falsa, è immorale, è pericolosa".

Ha scritto John Gray nel libro Al Qaeda and what it means to be modern:

"Le società occidentali sono governate dal mito secondo cui, man mano che il resto del mondo assorbe la scienza e si fa moderno, è destinato a diventare laico, illuminato, pacifico, come, nonostante ogni prova contraria, esse immaginano sé medesime. ... Al Qaeda ha distrutto questo mito, e tuttavia esso continua ad essere creduto".

Questo rifiuto dell'universalismo occidentale ha un nome: relativismo. È l'idea olistica che tutte le culture hanno lo stesso valore e la stessa dignità etica, o che ciascuna cultura ha i suoi propri criteri di valore, i quali non sono commensurabili con altri. Sono fortemente contrario a questa idea. A differenza di Huntington, sostengo che non l'universalismo, ma il relativismo è falso, immorale, pericoloso.

Il relativismo è falso. Di fatto, gli uomini giudicano che cosa è migliore e peggiore per loro ed esprimono preferenze su quali forme di vita preferiscono adottare.

Il relativismo è immorale. Se tutti i valori morali sono relativi, allora non esiste più la moralità e non c'è alcun bisogno di cercare il bene e evitare il male.

Il relativismo è pericoloso. Supponiamo che tutte le culture siano uguali. Supponiamo inoltre che una comunità perversa, nel nome della sua cultura perversa, attacchi la nostra. Avremmo titolo a difenderci? Perché dovremmo farlo? E come potremmo farlo se tutte le culture meritano lo stesso rispetto?

Dal mio punto di vista, il relativismo sta avvelenando l'Occidente, in particolare l'Europa. Esso è alla base della sua deriva dall'America, dove un forte spirito di universalismo religioso ancora esiste. È la causa delle sue paure. È responsabile del suo disaccordo circa la menzione delle origini giudaico-cristiane della civiltà europea nella Costituzione europea. È una delle ragioni per cui la religione gioca un ruolo così povero nelle nostre società. È un freno alla sua capacità di progresso.

Si potrebbe obiettare che anche Huntington ha la sua parte di ragione. Non c'è il rischio che gli universalisti diventino dogmatici, fanatici, aggressivi, imperialisti? Dobbiamo essere onesti: questo rischio c'è. Ma l'universalismo ha trovato i suoi rimedi, ha scoperto gli strumenti per temperare la sua carica di violenza. Che altro è la democrazia e che altro sono le istituzioni democratiche se non rimedi siffatti? A che altro servono la tolleranza e il rispetto se non a porre limiti anche alle nostre vedute più radicate?

Noi dobbiamo imparare da tutte le culture, dobbiamo confrontarci con tutti, dobbiamo entrare in dialogo con gli altri, dobbiamo essere pronti ad abbandonare le nostre idee, compreso le più favorite. Ma non possiamo confrontarci con nessuno o intrattenere un dialogo con alcuno se, in partenza, sosteniamo che non c'è nessuna verità da affermare, nessun valore da preferire, nessun principio per cui combattere.

Per questo confronto, voi siete nella migliore condizione. La vostra formazione vi ha dato gli strumenti per conoscere cosa unisce le due sponde dell'Atlantico. I vostri professori vi hanno trasmesso il meglio dei valori e della tradizione europea e americana, nel campo delle arti, della letteratura, della scienza, dell'economia. Qui avete appreso cosa è la diversità, e in quale modo essa può unire anziché dividere.

In qualsiasi campo di attività sceglierete di operare, ricordate le lezioni della storia e le lezioni che avete appreso in questa Università. E ricordate che il vostro futuro non è mai già stabilito.

La mia lezione è finita. A voi decidere se ho parlato da intellettuale, studioso, o senatore. Benché sia contrario al relativismo, in questo caso accetto qualunque verdetto.

Augùri.