Palermo, 16 maggio 2003

La lezione di Ugo La Malfa

Discorso pronunciato dal Presidente Pera alla celebrazione del centenario della nascita di Ugo La Malfa

 1. Il bilancio di se stesso Gli episodi e gli incontri decisivi che caratterizzarono la vita di Ugo La Malfa li sintetizzò lui stesso ad Alberto Ronchey in un libro-intervista del 1977 (Intervista sul non governo). Disse La Malfa: Rivivo la mia vita come guardando un lungo film. La giovinezza difficile in un'isola deserta. L''evasione verso il Nord, Ca'' Foscari, l''antifascismo e il fascismo a Venezia.

L''incontro a Roma con Giovanni Amendola. L''Enciclopedia Treccani e il gruppo degli antifascisti. L''amicizia con Cattani, Fenoaltea, Gallo Granchelli, la casa di Ruini e gli incontri con De Ruggiero, Luigi Russo, Valgimigli. Il trasferimento a Milano e casa Mattioli, la fraterna amicizia con Adolfo Tino e poi, nella Comit, con Enrico Cuccia e Corrado Franzi. L''amicizia e la frequentazione continua di Ferruccio Parri, dei Damiani, di Bruno Quarta e di Morandi, della famiglia Bauer, di Ada Rossi. I viaggi a Roma, Napoli e Parrella. Uno straordinario viaggio con Mattioli, da Milano, attraverso Torino distrutta dai bombardamenti fino a Dogliani per vedere Einaudi. La costituzione del Partito d''Azione, l''uscita clandestina del primo numero dell'' "Italia libera" a Milano, Albertelli alle Fosse Ardeatine. La lotta contro la monarchia nel CLN. Il governo Parri e la scissione del Partito d''Azione. La milizia nel Partito repubblicano. I governi De Gasperi e le visite al "Mondo", il ricordo di Mario Pannunzio, la battaglia per il centro-sinistra e le delusioni. La crisi, i comunisti e il compromesso storico. E poi, a chiusura, il bilancio: Alla fine una grande amarezza. Ora osservo che non c''è quell''Italia che avevamo in mente. Una frase lapidaria che ne ricorda un''altra altrettanto lapidaria pronunciata da Giovanni Amendola - il più importante, forse, tra i padri spirituali e politici di Ugo La Malfa - all''epoca di Giolitti: "Questa Italia non ci piace". Per ricordarlo come merita, dobbiamo partire da qui. Perché tanta amarezza in Ugo La Malfa? Perché neppure a lui, che pure ne era stato uno degli artefici e protagonisti, verso la fine della sua esistenza quell''Italia non piaceva? E questa Italia di oggi invece ci piace? È quella che avevano in mente e che ancora abbiamo in mente noi laici, repubblicani, liberisti, riformatori, occidentali, atlantici? E se non lo è, o non lo è pienamente, che cosa manca ancora? Perché a questo soprattutto serve la vita dei grandi uomini come La Malfa: ad essere metro di misura di ciò che loro hanno pensato e preparato e noi abbiamo realizzato. Dico subito che a me il bilancio che La Malfa fece di se stesso sembra per alcuni aspetti importanti ingiusto e anche ingeneroso. Vi si riflettono due caratteristiche dell''uomo, l''intellettuale competente, e la persona moralmente rigorosa. Dal punto di vista dell''intellettuale competente soprattutto in questioni economiche e finanziarie com''era lui, non c''è dubbio che quanto realizzato fin verso la fine degli anni ''70 non poteva essere del tutto soddisfacente. Quasi mai, del resto, ad un intellettuale autentico il reale sembra razionale. Ugualmente, dal punto di vista della persona dallo spiccato rigore morale, c''è ragione di pensare che la vita politica di quei tempi non potesse considerarsi esemplare. E anche qui, del resto, c''è da osservare che quasi mai ad un uomo rigoroso il reale sembra morale. Il bilancio di La Malfa continua comunque ad essere ingeneroso soprattutto per quanto riguarda se stesso, non solo il suo impegno ma anche le realizzazioni che, grazie a quell''impegno, egli riuscì ad ottenere. Vedo tre voci in questo bilancio della sua vita, nessuna da segnare col rosso, anche se qualcuna da annotare a conferma della sua amarezza. Mi riferisco al periodo del dopoguerra e al centrismo, all''epoca del centro-sinistra, alla fase finale del compromesso storico.

2. L''occidentalizzazione dell''Italia Dopo la giovanile esperienza nell''Unione Democratica Nazionale di Giovanni Amendola e quella nel Partito d'Azione, Ugo La Malfa fu l''unico, fra i "cavalli di razza" della diaspora azionista, a divenire leader autorevole di un partito nazionale, ancorché minoritario per struttura e direi anche per vocazione e deliberazione, per circa un ventennio. Il trapianto delle idee lamalfiane nel corpo ormai senescente del Pri erede di Mazzini e Cattaneo – un residuo archeologico del Risorgimento democratico, sopravvissuto solo grazie ad alcuni forti radicamenti regionali – si compì nel corso degli anni Cinquanta, non senza accesi contrasti. È vero che il Pri, fra il 1945 e il 1946, aveva compiuto una scelta fondamentale, accantonando l''idea di una Repubblica intransigente, dalle tinte forti e radicali, a favore di una Repubblica "casa comune" di tutti gli italiani. E però, proprio questa scelta sollevava una delicata questione d''identità. I repubblicani storici, infatti, non avevano mai ragionato in termini di pura forma repubblicana: per loro, il governo del popolo non si esauriva nelle tipiche istituzioni democratiche e repubblicane, ma era uno strumento di sviluppo, di giustizia sociale, di trasformazione delle coscienze. La Malfa portò la soluzione a questo problema di identità che era anche un problema di sopravvivenza. Egli mise in soffitta gli strumenti dell''arsenale ideologico post-risorgimentale - la Repubblica "etica", per l''appunto, o lo slogan "capitale e lavoro nelle stesse mani" -, e nel tentativo di gettare i fondamenti di una politica repubblicana in un''Italia che ormai aveva abbandonato l''ideologia repubblicana, si concentrò soprattutto su due obiettivi, che costituirono il suo costante quadro di riferimento: il libero mercato con la liberalizzazione degli scambi, accompagnata però da una notevole presenza dello Stato, e la democrazia politica. Il suo progetto dell''immediato dopoguerra, quando collaborò ai governi centristi di De Gasperi e si dissociò dai suoi compagni del Partito d''Azione, può forse essere riassunto nei "sette punti" che egli stesso aveva steso assieme ad Adolfo Tino per il primo numero di Italia libera del 1942. Così come furono riassunti dal biografo di La Malfa Sergio Telmon, essi erano:

         1.      Regime democratico e repubblicano.        2.      Decentramento, regioni, intervento statale per le aree depresse.    3.      Nazionalizzazione dei complessi monopolistici o di rilevante interesse collettivo.      4.      Riforma agraria articolata.         5.      Responsabilità e partecipazione dei sindacati nel processo economico.   6.      Piena libertà di credenze e di culto, e separazione del potere civile da quello religioso.        7.      Federazione europea di liberi paesi democratici nel quadro di una piú vasta collaborazione mondiale.

Essenziale, e pregiudiziale, per questo progetto, era una politica estera filo-occidentale, cioè atlantica e filoamericana. "Se l''America facesse davvero una politica imperialistica – disse La Malfa intervenendo sul Patto Atlantico alla Camera il 14 marzo 1949 – non consentirebbe la costituzione di un''unità europea, ma avrebbe tutto l''interesse di tenere questi Paesi in stato di disgregazione, di vederli vassalli, esercitando la propria influenza su ognuno di essi". Perciò il Pri fu il più consapevole alleato di De Gasperi nel comprendere la posta in gioco e, nel contempo, nell''evitare che l''emergenza anticomunista conducesse, per reazione o necessità, ad uno spostamento a destra della Dc e dell''intero baricentro della politica italiana.

Certo, fra il neo-liberalismo democratico di La Malfa e le idee dei "cavalli di razza" emergenti nella Dc, esistevano profonde differenze e divergenze. Con Gronchi, Dossetti e la sinistra democristiana, sulla politica estera e sociale. Con altri, su altri punti. Uomini come Fanfani avevano chiaro il ruolo del partito politico di massa e la necessità, per la Dc, di identificarsi con alcuni grandi "bacini elettorali" di riferimento, il pubblico impiego, i coltivatori diretti, così come analogamente il Pci con gli operai, i braccianti, i mezzadri. A La Malfa questo aspetto non interessava. Egli pensava al Pri come alla pattuglia di punta della modernizzazione del paese, e mirava a formare una cultura di governo liberal-democratica compiuta, coerente e consapevole.

Finché De Gasperi restò alla guida del governo, la convivenza fra le due "anime", laica e cattolica, fu possibile, e lo stesso statista siciliano definì la fase dal ''49 al ''53 – quella della liberalizzazione degli scambi, del Patto Atlantico, della riforma Vanoni, della Cassa del Mezzogiorno – come "la più costruttiva" all''interno della stagione centrista.

Con il 1953 le cose cambiarono. La sconfitta elettorale del maggioritario, che avrebbe dovuto contribuire a saldare l''alleanza vincitrice del 18 aprile 1948, ma anche gli strascichi polemici dell''applicazione della riforma agraria, che avevano messo a nudo la distanza fra l''impostazione modernizzatrice di La Malfa e gli obiettivi più politico-sociali della Dc, condussero ad una revisione del giudizio sul centrismo. Venuto meno De Gasperi, La Malfa vedeva consolidarsi una linea più conservatrice all''interno del mondo moderato italiano; e ciò mentre cresceva una "domanda" di governo da parte di una società civile ormai incamminata verso il "miracolo" economico.

3. La modernizzazione mancata

Il punto nodale, per lo statista siciliano, era sempre lo stesso: come garantire democrazia e modernizzazione? La sua risposta era: non con ipotesi d''improbabili palingenesi sociali, sostenute da altrettanto improbabili "riforme di struttura", che, come sosteneva ancora Riccardo Lombardi, avrebbero di per sé portato alla rivoluzione. La Malfa, piuttosto, vedeva concretamente una serie di interventi mirati, di sostegni alla produzione favoriti dal governo, corroborati da una politica di moderazione salariale perseguita dal sindacato. Le partecipazioni statali in questa prospettiva non erano concepite (come poi avvenne) come una "amministrazione ordinaria", bensì come un "organo politico", con "una segreteria tecnica e con l''Iri – l''Iri di Menichella – considerata quasi come un ministero". Sono parole sue, che rimandano ad un''interpretazione del ruolo pubblico più politico-tecnocratico che esplicitamente statalista.

Il paese doveva tornare a respirare e, per farlo, occorreva – questa volta sì, mazzinianamente – una nuova alleanza fra ceti produttivi che lo Stato doveva trovare il modo di garantire. Un''alleanza etico-politica, dal forte impulso morale: "per me la storia è fatta di energie morali", confessò La Malfa ad Alberto Ronchey.

Questo impulso morale prepotente sarebbe tornato a stimolarlo nel corso dei "mitici" anni Sessanta. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta al 1963, la componente lamalfiana era stata esposta su due fronti. Da un lato, fuori dal governo, aveva intessuto un dialogo via via sempre più stretto con i socialisti di Nenni e Lombardi, con i socialdemocratici, le anime più avanzate della Dc e i gruppi intellettuali di area laica gravitanti intorno al radicalismo. Dall''altro, aveva ingaggiato una lotta furibonda all''interno del partito per spingere verso la sponda del centro-sinistra un movimento ancora in buona parte legato all''antisocialismo delle "radiose giornate" del maggio 1915. Anche questa battaglia politica si nutriva, però, come sempre in La Malfa, di un''acuta percezione delle condizioni economiche del paese.

In quel periodo, egli, con pochi altri (Saraceno, Sylos Labini, Fuà), si era reso conto che all''Italia si presentava l''opportunità storica di sciogliere forse per sempre il grande nodo irrisolto della nazione post-risorgimentale: lo squilibrio fra il Nord e il Mezzogiorno. Occorreva, per far questo, imporre un orientamento preciso al mercato interno, indirizzando verso i consumi collettivi – infrastrutture, servizi, ecc. – una quota rilevante del surplus che, attraverso i salari, fluiva invece verso il consumo privato delle famiglie. Ancora una volta, lo strumento adottato per far sentire la pressione dell''élite di governo era tipicamente intellettuale e tecnocratico – la celeberrima Nota aggiuntiva del 1962. Ministro del Bilancio in quel governo Fanfani che toccò il vertice della politica riformatrice del periodo – la nazionalizzazione delle industrie elettriche, l''imposta cedolare di acconto, la costituzione della Commissione per la programmazione –, La Malfa, che pure poteva presentare un rendiconto del ''61 assai felice, con una crescita del Pil oltre l''8% e un''espansione degli investimenti che sfiorava il 23%, non aveva mancato di osservare: "Questo è uno sviluppo che però dobbiamo ordinare attraverso la programmazione, per risolvere alcuni fondamentali problemi del paese". In un intervento parlamentare del 1966, avrebbe semplificato questo programma, affermando che egli avrebbe preferito concedere all''operaio della Fiat la scuola piuttosto che la "600".

In realtà, tanto il mondo dell''impresa – sempre più orientato alla produzione di beni di consumo di massa –, quanto il mondo sindacale – tutt''altro che incline alla moderazione salariale e comunque dominato dal refrain delle "riforme di struttura" –, lasciarono cadere l''opportunità offerta dal neo-liberalismo democratico di La Malfa. Peggio. A pochi anni di distanza dalla Nota aggiuntiva, lo spirito "leggero" ed efficientistico della programmazione, recepito dal centro-sinistra di Fanfani antecedente alle elezioni del ''63, quello senza socialisti nella maggioranza, aveva lasciato il campo alla pesante intromissione dello Stato nell''economia, all''ipertrofia burocratica, al potenziamento delle protezioni a favore delle corporazioni meglio rappresentate. Lo spirito modernizzatore del centro-sinistra si era spento a pochi mesi dall''entrata dei socialisti nel governo.

Dal punto di vista delle concrete opportunità di trasformazione della società italiana, l''itinerario di Ugo La Malfa si ferma qui. All''inizio degli anni Cinquanta una grande occasione – quella iniziata con la liberalizzazione degli scambi – era stata colta; dieci anni dopo, con il fallimento della programmazione, un''altra grande occasione – quella della "politica dei redditi" – era stata perduta. "Ho detto a Chinchino – egli annotò dopo un incontro con Francesco Compagna il 12 giugno 1963 – che con De Gasperi il centrismo si è logorato in sette-otto anni; con Fanfani e Moro il centro-sinistra si sarebbe logorato in meno di due anni".

4. Gli anni del non-governo

Il séguito – e siamo alla terza voce principale del bilancio consegnato da La Malfa a Ronchey – dà sostegno alla sua amarezza finale.

Dopo che la "grande trasformazione" e il ''68 avevano reso evidenti i mutamenti di identità collettiva a tutti i livelli, e mentre i governi di centro-sinistra vivevano in condizioni precarie, La Malfa cercò di tessere con il Pci di Berlinguer quel nucleo vitale di programma comune che aveva rappresentato l''asse del centro-sinistra di un decennio prima. Tra i grandi Padri della Patria sopravvissuti, egli fu il primo a dichiarare che il "compromesso storico" era "ormai ineluttabile". Come cemento, egli pensò ancora una volta alla forza morale – la "austerità", il "rigore" –, da contrapporre alla debolezza politica, alla decadenza economica, al terrorismo rosso e nero. Con la Dc di Aldo Moro e il Pci di Enrico Berlinguer, egli pensò forse alla riedizione di un''alleanza ciellenistica, stavolta non più in chiave antifascista ma costruttivistica.

Qui però fallì. Con Moro, verso il quale La Malfa ebbe un rapporto di stima e di amicizia, i programmi comuni non poterono superare una certa soglia: la costruzione della grande macchina statale gestita dai partiti di massa impediva, ormai, quelle operazioni razionali ma radicali che La Malfa auspicava da tempo. Con Berlinguer, pesava ancora la questione internazionale e la perdurante identità comunista. Con Craxi, il quale sfuggiva a molti schemi tradizionali del socialismo italiano e forse anche a quelli interpretativi di La Malfa, le incomprensioni superarono le convergenze.

Ma non era solo una questione di alleanze politiche. Né l''eterno conflitto fra l''intellettuale e tecnocrate illuminista con venature giacobine e i partiti di massa. In realtà, il sogno lamalfiano di una modernizzazione prudente ed austera, ma sostanziale, si scontrava con un''opinione pubblica passata rapidamente dalla penuria cronica del mondo contadino ad un diffuso consumismo. La Malfa questa tendenza non l''apprezzava e forse non la capiva. La stessa battaglia contro la Tv a colori, in qualche modo, riassume bene il suo regressivo isolamento all''interno di un mondo che non era più il suo. Alla fine degli anni ''70, a quanto pareva, gli italiani avevano sia le "600" che gli ospedali e le scuole, e comunque volevano sia le une che le altre.

A soddisfare questi nuovi bisogni, il compromesso storico non poteva bastare. Esso si basava su un presupposto sbagliato che La Malfa non colse: la diarchia fra i due colossi politici, entrambi ugualmente interessati ad estendere e consolidare le egemonie sulle rispettive aree sociali e la loro occupazione delle istituzioni, dell''economia pubblica, della società economica e civile, non era un fattore di modernità, ma di stasi. E se nella diarchia, l''un soggetto, la Dc, almeno accettava la società così com''era, senza pensare ad una sua catarsi, l''altro soggetto, il Pci, aspirava ancora alla palingenesi. "Rimane del tutto legittimo, per un partito che è portatore di nuovi valori sociali e ideali – scrisse un alto dirigente del Pci nel 1976 –, perseguire la via di un''egemonia fondata sul consenso e che punti non a un ricorrente altalenarsi di governi progressisti e conservatori, ma all''obiettivo storico della trasformazione della società".

Pensare di stimolare e guidare una diarchia politica e sociale siffatta – consociata e pigra, strabica e miope – era un sogno prometeico impossibile a realizzarsi e, ove si fosse realizzato, era anche un disegno di dubbia utilità per la democrazia, specialmente in assenza di opposizioni giudicate "costituzionali". La Malfa stesso dovette comprendere quanto fosse arduo il suo progetto, quando nel dicembre del 1978, si lanciò nella sua ultima battaglia politica, contro il Pci e anche gran parte del Psi, a favore dell''adesione dell''Italia al Sistema monetario europeo. Ma, alla fine, nel vecchio La Malfa l''amarezza e la delusione non potevano che prevalere.

5. La cifra dell''uomo e del politico

Non possiamo però chiudere qui. La vita di un uomo, specialmente di un grande statista, non può essere trattata con la contabilità della partita doppia. Poiché tutta la storia è contemporanea, dobbiamo pensare a quanto di contemporaneo c''è nell''insegnamento di La Malfa e perciò dobbiamo tornare alle nostre questioni iniziali. Quale metro di misura egli ci ha lasciato per valutare e per operare in questa nostra Italia?

Intanto, un pensiero rigorosamente laico. Non è solo una questione di fede, la laicità. È una questione di rispetto delle istituzioni e dell''autonomia della sfera politica.

Quindi, un pensiero rigorosamente riformista, ispirato a progetti grandi e talvolta grandiosi fino al limite del peccato illuministico degli esperimenti sociali e politici su larga scala. La Malfa operò nel contesto di un capitalismo e di una democrazia assai diverso dal nostro, il capitalismo delle grandi famiglie e la democrazia della consociazione e della partitocrazia. Ne accettò le regole tacite. Quella realtà però non era per lui razionale e anche di fronte alle resistenze dei fatti egli ritenne suo dovere battersi affinché il razionale prevalesse sul reale.

Infine, un pensiero rigorosamente democratico. La Malfa fu sempre schierato per l''allargamento della democrazia, anche quando all''opposizione c''era un partito comunista legato all''Unione Sovietica. Non si stancò mai di confrontarsi, di esercitare il suo pedagogico ruolo di pungolo e di cercare intese, secondo l''unica formula allora forse possibile, quella della cooptazione delle opposizioni all''interno del sistema consociativo.

La cifra dell''uomo e del politico sta qui. Nell''intransigenza, nell''austerità, nella solitudine, nella determinazione. Si tratta di un''eredità e di un metro di confronto di inestimabile valore. Oggi lo scenario è cambiato. È tramontato il vecchio capitalismo, si è imposto un nuovo sistema politico con nuove forze e nuovi leader, si è affermata la democrazia dell''alternanza. Ma la sfida della modernizzazione, dell''efficienza, del Mezzogiorno, dell''Europa, dell''Occidente, della corretta dialettica politica, del rispetto delle istituzioni, che La Malfa accettò, in parte vinse e in parte perse, è ancora una sfida per noi, anche nel nuovo scenario. Ho citato all''inizio Giovanni Amendola. Nel commemorarlo, La Malfa scrisse:

Giovanni Amendola fallì. Ma appunto perché fallì, appunto perché non poté contrapporre che una enorme forza morale ad avvenimenti terribili, noi non dobbiamo fallire. La lotta è sempre quella.

Credo che La Malfa avrebbe gradito questo epitaffio per se stesso. Per imitare la sua grande energia morale e politica e proseguire la sua volontà riformatrice, questo appello dobbiamo raccoglierlo anche noi.