Mentre Draghi si dedica autorevolmente, e per il tempo che serve, alla gestione del Recovery
Pera: rifacciamo la Costituzione

Per restituire ai partiti e al parlamento il loro ruolo

di Marcello Pera

Caro direttore,

vorrei esporLe un'idea che credo sarebbe utile a tutti noi nel breve e lungo termine. È molto semplice e tutti possono facilmente capirla e valutarla, ma prima di scartarla sarebbe opportuno rifletterci sopra.

Parto da una premessa, che è tanto nota e condivisa da richiedere poche parole. Attualmente la Costituzione italiana, nella parte seconda, quella che riguarda l'organizzazione delle nostre istituzioni, è di ostacolo alla governabilità e di impedimento all'unità nazionale. La nostra repubblica è diventata tanto poco parlamentare che, ad ogni misura importante da prendere, lascia la parola solo al governo, che ormai da molto tempo agisce per decreti legge, con emendamenti unici da votare con la fiducia, con informazioni presentate solo all'ultimo momento oppure quando è ormai passato il momento. Il parlamento conta sempre meno, nei momenti topici quasi nulla.

Poi, la forma di stato. Venti repubbliche senza un maestro sovraordinato non fanno un'orchestra, come si vede ogni giorno. La conferenza Stato-regioni è una camera non prevista dalla Costituzione che però conta più dell'intero parlamento, che pure dovrebbe assicurare l'unità di azione o la composizione degli interessi territoriali.

Questo ci porta all'ormai palesemente inutile bicameralismo perfetto, che è di freno alla rapidità richiesta per la legislazione, soprattutto in caso di crisi, e di ostacolo quando si tratti di formare un governo, essendo spesso le maggioranze non omogenee nei due rami del parlamento. Infine, e mi fermo lì, l'ordinamento della magistratura. Abbiamo toccato con mano, ad esempio, che il Consiglio superiore della magistratura, così come composto ed eletto, non assicura l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati. Per sottrarre i magistrati al dominio della politica, si è consentito che si sottomettessero ad un potere assai più prepotente e opaco, quello dei gruppi organizzati.

A questa premessa aggiungo un fatto. È chiaro che quando il presidente Draghi ha detto (spero tanto che lo abbia detto davvero), riguardo al piano Recovery, alla presidente della commissione europea von der Leyen «garantisco io», voleva dire «si farà ciò che dico io» o «si farà come dico io e non ci saranno modifiche di rilievo». Tutti hanno capito così e tutti, senza neppure mugugnare troppo, hanno convenuto. Questo fatto dice che, senza Draghi, non ci sarebbero i fondi dell'Europa, e poi dice che, senza Draghi, venendo meno l'assicurazione della loro utilizzazione corretta, non ci sarebbe neppure la garanzia che il flusso dei fondi continuerebbe. Sarebbe una catastrofe.

E ora vengo al punto. Poiché non si può fare a meno di Draghi, non si può neppure premiarlo promuovendolo alla presidenza della Repubblica. A parte che non mi sembra una promozione per lui (che in breve tempo passerebbe da salvatore della patria a decoratore della repubblica) per noi sarebbe uno svantaggio netto. Chi potrebbe mai sostituirlo con altrettanto peso e credito?

Dall'altra parte, però, ci sono i partiti con le loro esigenze. Vogliono contare, e se la democrazia ha un senso, hanno diritto di contare. Oggi sono fuori gioco. Per mostrare che esistono ancora e non potendo esercitare i poteri che sono passati in capo a Draghi, si sono ridotti a discutere se chiudere i ristoranti alle 22 o alle 23, se il caffè si prende in tazza al banco o in un bicchiere di cartone fuori della porta, se ci si siede nei locali a un metro o un metro e mezzo di distanza, e poco più.

Che fare, allora, per combinare l'interesse generale, che vuole Draghi al suo posto attuale e l'interesse dei partiti che, forti dei loro consensi, reclamano potere di decisione? Occorre mettere assieme il fatto di cui ho appena detto con la premessa da cui sono partito. Draghi rimanga dov'è, oltre la scadenza della presidenza della Repubblica, fino alle elezioni del 2023, e i partiti cambino agenda.

Mentre Draghi governa e garantisce, essi, i partiti, discutano e promuovano una riforma della Costituzione, almeno sui quattro punti indilazionabili che ho richiamato. Quando la riforma sarà infine compiuta, avremo una nuova repubblica, che sarà almeno gestibile, quale che sia la maggioranza che sarà venuta dalle urne. Perché, vincere nelle urne e tenersi le attuali istituzioni non servirebbe a nulla, anche supposto che si creino, a destra e a sinistra, coalizioni omogenee e compatte, il che allo stato attuale è solo utopia.

Come si può fare questa riforma? Riprendo l'idea che con un disegno di legge costituzionale presentai nove anni fa (mediamente le idee mi vengono una ogni dieci anni). Poiché riscosse successo presso la presidenza della repubblica e vari leader politici di allora, che però lo fecero morire, la ripresento aggiornata, trascurando i dettagli. Si procede a tappe.

Primo, il parlamento approva una legge costituzionale per la riforma della Costituzione da affidare ad una commissione di 75 membri votata col sistema proporzionale (se c'è accordo, basta meno di un anno).

Secondo. Questa commissione, composta da non parlamentari, è incaricata di produrre un testo di riforma entro dodici mesi.

Terzo. Al termine dei lavori, il testo sarà sottoposto a referendum senza quorum. Poiché occorre coordinare i tempi e non creare vuoti o squilibri, la stessa legge costituzionale proroga il presidente della repubblica fino alla celebrazione del referendum (un annetto).

Dopo, Costituzione nuova, presidenza della repubblica nuova, presidente del consiglio nuovo. Tornerebbero i partiti, e però rigenerati. Passati attraverso una fase costituente dove discuterebbero di temi alti e non di tavolini al bar, alimentati da un dibattito politico nobile che riguarda il futuro dell'Italia, armati degli strumenti necessari per governare per legislature e non soltanto qualche mese, questi partiti o ciò che saranno diventati (io penso più consapevoli e più responsabili) potrebbero e dovrebbero riprendere il posto che ad essi spetta in una democrazia e che ora hanno perduto.

L'impresa non mi sembra difficile. E neppure mi sembra difficile comprendere i vantaggi che a tutti e ciascuno (istituzioni, partiti, cittadini) deriverebbero da una rifondazione della repubblica ad opera di nuovi costituenti. Un atto battesimale è ciò che ci occorre. Secondo la mia idea, battezza la commissione, celebra il popolo.

Fossi Salvini e Meloni, Letta e di Maio, Renzi e Calenda e Berlusconi, accetterei la sfida, tanto più che avverrebbe sotto un velo di ignoranza, senza vantaggi precostituiti. Per convincerli, ricorderei che, al momento di uscire dalle macerie della guerra nazifascista, agimmo su due pedali, quello economico, con il considerevole piano Marshall, affidato al governo e quello istituzionale con la Costituzione del 1948, affidata ad un'assemblea ad hoc. Oggi dobbiamo uscire da altre macerie e dobbiamo evitare che altri non ce ne infliggano di più gravi. Il piano Recovery c'è. La Costituzione non ancora. Come ha ben detto Draghi, siamo in una fase di «inerzia istituzionale». Sta a noi uscirne.

Le riforme annunciate di fisco, giustizia civile, pubblica amministrazione sono la condizione per avere i fondi europei. La riforma della Costituzione è la condizione per avere una democrazia efficiente. Il successo dipende da quanto crediamo nel futuro, nella democrazia, nei partiti, nelle nostre forze. Il resto, quello che attualmente passa il convento, mi sembra roba spicciola e alla spicciolata, buona forse per raccogliere un po' di consenso immediato, ma priva di prospettive e di ambizioni. E invece, ora più che mai, dobbiamo essere ambiziosi, fiduciosi e coraggiosi. Sentire un orgoglio pari a quello ammirevole che più di settanta anni fa ci fece rinascere.

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