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Desiderio e Realtà di Klaus-Dieter Frankenberger

Il Presidente del Senato Italiano Pera sul timore di evitare il parlare di guerra

Nelle elezioni americane il terrorismo transnazionale e i metodi per contrastarlo giocano un ruolo centrale. Il Presidente Bush definisce questo contrasto come "guerra" contro l'islamismo militarizzato e totalitario; lo sfidante, il senatore Kerry, ha un atteggiamento più differenziato e meno bellicoso, pur essendo anch'egli convinto della pericolosità degli avversari. In Europa, invece, di norma si preferisce parlare di lotta contro il terrorismo; per i più parlare di "guerra" sembra in un certo qual modo spiacevole o sospetto, o comunque non appropriato.

 

Nel suo studio a Roma, Marcello Pera tenta di trovare una spiegazione, analizzando l'origine di questa reticenza politica. Secondo Pera - che come Presidente del Senato italiano è la seconda carica dello Stato e che dopo l' "11 settembre" afferma di aver percepito in Europa una "sindrome di Monaco", vale a dire l'effetto sedativo, in ambito politico, di una mentalità di appeasement - pare singolare evitare il termine guerra quando i terroristi e la propaganda promossa dagli ambienti islamisti non mancano un'occasione per parlare di "guerra santa". "Evidentemente una guerra c'è, che lo si voglia o meno, e a prescindere dalle definizioni."

 

Quello che lo preoccupa è che manca la volontà di affrontare la questione sia sul piano politico che su quello intellettuale. Il dibattito di fondo, al quale egli invita, non viene condotto né nelle istituzioni europee né nei circoli intellettuali. Pera, filosofo della scienza e esponente di spicco di Forza Italia, vorrebbe che gli europei guardassero finalmente in faccia alla realtà: vedessero cioè che la "cosiddetta guerra santa esiste". E chiede loro di dare una risposta ferma. Pur non intendendo amplificare politicamente l'idea di Huntington sullo "scontro tra le civiltà" - semmai il contrario -viene colto anche su questo da un sentimento di perplessità politica.

 

C'è una reticenza culturale a parlare di guerra e vi sono sempre meno mezzi militari per condurre una simile guerra - se il conflitto, di cui stiamo parlando venisse effettivamente chiamato "guerra". Ma denuncia un'altra mancanza: "Abbiamo perso la determinazione a difendere i nostri valori, la libertà e le nostre istituzioni." E nell'intervista al nostro giornale Pera si spinge oltre: "Forse abbiamo perso la fiducia che i nostri valori meritano di essere difesi." La sua analisi è pessimista, e ciò è dovuto non da ultimo al fatto che gli europei hanno perso la loro identità; e se mai venga affermata una identità europea, secondo Pera non è in positivo, come ad esempio di fronte agli Stati Uniti.

 

Pera constata che, anche se "noi" ci distinguiamo dall'America - spesso sotto forma di critiche di natura morale, politica o sociale - rimane comunque la questione: "qual è la nostra vera identità". Questa non può essere molto salda. "La nostra origine, la nostra eredità giudaico-cristiana l'abbiamo dimenticata; non abbiamo nemmeno avuto la forza di nominarla nella Costituzione europea." E la differenziazione in negativo nei confronti dell'America sarebbe comunque negativa e non adatta a darci la sicurezza e la forza per difendere il nostro sistema di valori.

 

Questa mancanza, rassegnata e rivelatrice di un'indifferenza morale, ad adoperarsi per le proprie cose, secondo il Presidente del Senato è profondamente deplorevole. Egli ritiene di intravedere questo atteggiamento nel rifiuto da parte di molti governi europei di partecipare alla stabilizzazione dell'Iraq. Quello che invece sta facendo l'Italia di Silvio Berlusconi. Gli Stati Uniti sarebbero stati messi ripetutamente alla gogna dell'unilateralismo; recentemente la Risoluzione ONU 1546 ha chiesto alla comunità internazionale di contribuire alla ricostruzione, alla preparazione delle elezioni e di garantire la sicurezza. E cos'é successo, chiede Pera? Nulla. I multilateralisti, autoproclamatasi tali, finora sarebbero rimasti in larga misura inattivi, anche se esiste il progetto di stabilizzazione dell'Iraq in un quadro multilaterale. E il Presidente si chiede quali sono le ragioni di questo atteggiamento.

 

In occasione di un seminario tenuto dal partito nel mese di settembre Pera ha detto che l'Europa non ha capito nulla. "Dopo aver tanto invocato l'ONU, l'Europa non ha fatto un passo quando l'ONU si è finalmente mossa." Secondo il Presidente è chiaro cos'è la questione nell'Iraq: "Per i terroristi è il fronte della guerra santa. Per noi in occidente è il fronte della resistenza contro la guerra santa." Essere sconfitti su questo fronte secondo Pera significherebbe abbandonare un paese al fondamentalismo, esporre il popolo iracheno a una dittatura teocratica, destabilizzare un'intera regione e inasprire il conflitto israelo-palestinese. Sono le parole forti di un filosofo della scienza che da tre anni e mezzo ricopre la carica di Presidente del Senato a Roma.

 

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