Le sfide della politica. Marcello Pera (FdI): “Democrazie liberali in crisi. I partiti non contano più”
L’ex presidente di Palazzo Madama: Meloni sta sbagliando sulla legge elettorale. “Per rendere irrilevanti i Vannacci l’unico modo è introdurre il ballottaggio”
di Simone Arminio
Marcello Pera, filosofo, senatore di FdI, già presidente di Palazzo Madama dal 2001 al 2006, sul nostro giornale ultimamente ci siamo occupati molto della crisi delle democrazie occidentali. Lei da cosa crede abbia origine?
“Ormai esistono tomi pesanti su questo tema, che è come dire che non abbiamo nessuna buona risposta. Per il prossimo ottobre ho organizzato alla Biblioteca del Senato un grande convegno dal titolo “Dalla società aperta alla crisi della democrazia””.
Per sostenere cosa?
“La società aperta è quella di Popper che abbiamo costruito in Europa sulle ceneri di nazismo, fascismo, comunismo. Aveva dei presupposti. Il primo lo dico con le parole di Adenauer a De Gasperi: “Consideravamo mèta della nostra politica estera l’unificazione dell’Europa, perché unica possibilità di affermare e salvaguardare la nostra civiltà occidentale e cristiana contro le furie totalitarie”. Questo sentimento religioso identitario non c’è più”.
E il secondo presupposto?
“Era la convinzione di essere arbitri delle nostre decisioni. E anche questo non c’è più, perché le decisioni politiche fondamentali si sono trasferite dai partiti e i parlamenti ai consigli di amministrazione, alle grandi compagnie che fatturano quanto uno Stato, o in poche mani che non rispondono più neppure ai voti ottenuti. Non siamo arbitri quasi di nulla: si sa che qualcuno da qualche parte decide per noi, ma non sappiamo come, perché, con quali regole e limiti. E non sappiamo come controllarlo. Più urgente sarebbe non la diagnosi della crisi, ma la terapia: come ne usciremo? Come uomini, come sudditi, come pedine, come algoritmi?”
Servirebbero i partiti, ma hanno smesso di rappresentare le masse.
“Se i partiti non contano più neppure per le piccole raccomandazioni per un posto di lavoro, perché i cittadini dovrebbero sentirsi rappresentati e considerarli come interlocutori?”
Il punto è: da cosa sono stati sostituiti?
“Dai leader senza veri partiti, capi con eserciti senza fedeltà duratura, ideali fluidi a seconda dei sondaggi”.
A destra, ad esempio, è apparso Vannacci.
“A destra è apparso un Vannacci di destra, a sinistra più Vannacci di sinistra, compreso Conte, che è un Vannacci senza stellette”.
In cosa li accomuna?
“Hanno tutti idee rudimentali, non elaborate da un pensiero critico, non mediate da responsabilità: sono sordi, opportunisti, miopi. Parlano lingue binarie: troppi diritti? Via i diritti. Troppi immigrati? Via gli immigrati. Legge e ordine. Oppure, sul lato opposto, libertà, accoglienza, tolleranza, venghino, signori, venghino!”
Questi sono i nuovi estremisti. Ma in cosa il pensiero conservatore si discosta ancora?
“Il pensiero conservatore aveva previsto per tempo, ma fu battezzato teocon o neocon e fu scomunicato. Ci aveva avvertito: guarda che se fai guerra ai fondamenti della tua civiltà, se neghi le tue radici culturali, se abbatti la famiglia e persino le barriere naturali, se non hai più il senso del limite, del proibito, del peccato, poi nascerà un grande riflusso che ti sommergerà”.
E a sinistra?
“La sinistra – Obama, Harris, Ocasio-Cortez, e tanti altri – non volle pensare e capire e ora affoga in un mare di destra. Andasse a fondo solo il pensiero woke e Lgbt, ne sarei lieto, ma affoghiamo anche noi e sono preoccupato perché il compito è difficile, come riparare le falle di una barca mentre è in alto mare”.
Nel frattempo molti vostri elettori non rischiano di pensare che sia più autentica la destra vannacciana di quella meloniana?
“Ma sono incommensurabili. A Giorgia Meloni è riuscito di costruire una destra europea, di governo e responsabile. Lentamente, ché il compito è difficile anche per lei, sta costruendo un partito conservatore che da noi impedisce la nascita di una AfD tedesca e l’avanzata di Putin. La destra vannacciana, quando non è pittoresca come un generale paracadutista su un pattino di Viareggio, è pericolosa, non ha il senso della responsabilità. Sono nomadi transitati dappertutto, pieni di inconsistenza, ignoranza, tracotanza”.
Crede che sarà possibile una convergenza tra FdI e Futuro Nazionale prima o dopo il voto?
“Non lo credo, vorrebbe dire che Meloni ha lavorato per nulla. Non lo farà, è consapevole, responsabile, determinata. È una leader di destra democratica”.
Ad avvicinarvi, non si preoccupi, ci penserà la legge elettorale che state volendo.
“Purtroppo credo che Giorgia Meloni stia sbagliando la legge elettorale: per rendere irrilevanti i Vannacci occorre il ballottaggio, ma questo è un altro discorso, per me dolente”.
Guardiamo a lungo termine: crede che il fenomeno vannacciano sia estemporaneo o che possa avere lunga durata?
“Pensassi che sia di lunga durata, dovrei dar ragione a Platone: dalla crisi della democrazia si esce col tiranno. Amo Platone e vorrei dargli torto. Avranno una fiammata, penso, ma ce la faremo. Siamo all’ultima campana, però”.
Il prossimo settennato sarà quello di un presidente di area conservatrice o il tabù è ancora forte?
“È fortissimo, ma è scosso, finalmente. Lo dimostra il doppio settennato di Mattarella, un’autentica anomalia”.
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