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Intervista su “Il Tempo”

Referendum, l’intervista a Pera: “Con il No vincono le toghe giacobine. Votare Sì è libertà”

Marcello Pera: «L’ANM teme il sorteggio perché abbatterebbe le correnti» E su Schlein dice «È la leader di una sinistra opportunista e senza storia»

di Federico Bini

arcello Pera, filosofo e politico liberale, già presidente del Senato, invita gli italiani ad andare a votare per realizzare una grande riforma liberale e fermare la deriva giudiziaria della nostra Repubblica.

Senatore, i sondaggi danno il No in crescita se non in vantaggio. È preoccupato?
«Sono fiducioso nelle buone ragioni del Sì, così semplici e ragionevoli, e confido che i cittadini non vorranno perdere garanzie di libertà e cadere in una repubblica giacobina dei magistrati. Il quesito del referendum, tradotto in italiano, dice: “Volete voi essere giudicati da un giudice la cui carriera non dipenda dai pubblici ministeri?”; “Volete voi un giudice terzo e imparziale?”; “Volete voi un giusto processo così come fissato nella costituzione italiana?”. Nessuna persona ragionevole e consapevole può rispondere no».

Perché parla la repubblica giacobina dei magistrati?
«Questa è la vera posta in gioco della guerra scatenata dal sindacato delle toghe. Approfittando da un lato della loro autonomia e indipendenza e dall’altro del potere che hanno sui giudici, oggi i pubblici ministeri invadono sempre più le prerogative di governo e parlamento e si sentono investiti di un potere politico superiore. Lo chiamano “controllo di legalità”».

Ma le leggi le fa il parlamento, dipendono dalla volontà politica.
«Questo lo pensa lei e tutte le persone dabbene, ma i pubblici ministeri lo negano, perché – dicono – diritti, giustizia, equità, moralità pubblica, li decidiamo noi. Li guardi e ascolti. A chi spettano la politica anti-criminale e la decisione delle priorità? A noi, sostengono. A chi spetta la politica dell’immigrazione? A noi. A chi spetta la politica della sicurezza? A noi. A chi la politica delle infrastrutture? A noi. A chi la politica urbanistica? A noi. Non gli sfugge nulla: a chi compiere una sana politica della famiglia? A noi, sempre a noi. Perciò o governo e parlamento fanno come diciamo noi o noi facciamo ricorso o scioperiamo o manifestiamo in piazza o nelle occasioni solenni come già facciamo davanti al Presidente della Repubblica».

Giorgia Meloni non vuole politicizzare la competizione. Condivide questa linea?
«La competizione è già politicizzata due volte: dal sindacato dei magistrati e dalla sinistra. La sinistra ha come obiettivo il governo Meloni, come dieci anni fa ebbe come obiettivo Matteo Renzi, il quale ovviamente ora sta a sinistra. Il sindacato magistrati ha come obiettivo oggi il governo Meloni e, se vincesse, domani il governo Schlein. Questa pensa di cavalcare il No, ma non capisce che è invece cavalcata. Sarebbe sottomessa al partito giacobino dei magistrati che le darebbe la linea».

La sinistra definisce questa riforma «fascista e antidemocratica». Lei come risponde?
«Quale sinistra? Non quella storica di Vassalli, Pisapia, Boato, D’Alema della Bicamerale. Certamente non quella di Togliatti che voleva i pubblici ministeri elettivi. Sicuramente non quella che fu di Salvatore Senese e della fu magistratura democratica. E poi: Augusto Barbera non è di sinistra? E non lo è la sinistra riformista del Pd? Ceccanti, Tonini, Morando, Mancina, Latorre, Ranieri, Petruccioli, Velardi, Giovanni Pellegrino e tanti altri, sono tutti fascisti e antidemocratici? La verità è che il partito della Schlein è una formazione movimentista, opportunista, protestataria e senza storia, al pari dei Cinque Stelle. Non sa o finge di non sapere neppure da dove viene».

Le altre accuse sono: sottomissione dei giudici all’esecutivo e mancata risoluzione dei problemi della giustizia (esempio lunghezza dei tempi processuali).
«Per quanto riguarda la sottomissione dei giudici, lo dicono ma non riescono a provarlo, perché è vero il contrario: i giudici sarebbero più liberi. E poi rispondano a questa domanda: i magistrati sottoposti alla politica non va bene, e invece sottoposti al sindacato va bene? Circa gli altri problemi è in gran parte vero. Ma la riforma affronta un solo specifico problema: come dare attuazione alla Costituzione là dove dice che un cittadino ha diritto ad un giusto processo davanti ad un giudice “terzo”».

Si può invece dire che siamo di fronte ad una riforma fortemente liberale?
«Certamente sì, perché seppellisce definitivamente l’inquisizione con un processo di parti che, in condizioni di parità, si confrontano nel contraddittorio. È così in tutta Europa, perché in Italia fa scandalo? Risiamo al punto: il partito giacobino».

Lei in un recente intervento ha detto: «Vogliamo che si sparga lo spirito del 1999». A cosa alludeva?
«A discutere la riforma nel merito e trascurare il resto. E si pensi che lo scontro Berlusconi-D’Alema di allora non era certo minore di quello Meloni-Schlein di oggi».

Riforma Vassalli 1988, Bicamerale D’Alema 1997, Riforma del ’99, Riforma Cartabia 2022 ecc. Perché oggi la sinistra ha cambiato idea sulla separazione delle carriere?
«Gliel’ho detto: sono movimentisti e opportunisti. Non hanno più una cornice ideale di riferimento. Gli rimane la santa, ma mortifera, alleanza con il sindacato dei pubblici ministeri che nacque con Mani Pulite. Oggi gli porta voti nell’urna, domani la ghigliottina sul collo».

Qual è secondo lei il passaggio più centrale di questa riforma: i due CSM?
«Sono tre: la separazione dei ruoli con la conseguente separazione del Consiglio superiore; il sorteggio nel Consiglio superiore; l’Alta corte disciplinare anch’essa sorteggiata».

Di cosa ha paura l’Associazione Nazionale Magistrati?
«Non della separazione, anzi, perché per loro è un’occasione di maggiore potere dei pubblici ministeri. Ha paura del sorteggio nel Consiglio e nell’Alta corte. Lì non potrebbero più esercitare il potere sui giudici e il mercanteggiamento delle carriere. Per i partitelli che si contendono i seggi nel Consiglio superiore questa è una questione di vita o di morte».

Che cosa ha pensato quando ha sentito dire da due importantissimi magistrati, come Nicola Gratteri e Di Matteo, che «massoni e mafiosi voteranno sì»?
«Ho pensato che le ragioni del Sì sono così ovvie che, non potendo contrastarle, Gratteri e De Matteo (quelli che accusavano il Consiglio superiore di “sistemi paramafiosi”) hanno deciso di ricorrere agli insulti. Come fanno i bambini quando giocano e litigano se perdono».

Perché dunque secondo lei è importante votare Sì? Ci può indicare tre semplici motivi?
«Riassumo. Se vogliamo un processo con un giudice veramente terzo come giusto fissato dalla Costituzione. Se vogliamo sconfiggere le mire politiche del sindacato dei magistrati. Se vogliamo tutelare l’autonomia e il primato della democrazia. Temo solo che gli elettori, trovando tutto ciò più che ragionevole e pensando che sia già garantito, non vadano a votare. Invece, non è così. Alle urne, alle urne!». 

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