Interviste

Intervista su “L’Espresso”

La lunga marcia del presidente fai da te

di Stefania Rossini

L’Espresso, 5 dicembre 2002

Siede sullo scranno più alto del potere politico, subito sotto a quello del presidente della Repubblica. Sta a suo agio, come se fosse proprio questo il traguardo cui aspirava quando, da bambino, puntò i piedi e pretese di studiare, di diventare almeno ragioniere, per staccarsi da una famiglia povera e da quella che viveva come una condanna di classe. Comincia da lontano la storia di Marcello Pera, presidente del Senato, intellettuale di lungo corso, studioso di filosofia, docente universitario prestato a Forza Italia e, oggi, alle istituzioni repubblicane. Lo incontriamo in piena bufera Rai, poco propenso a mescolare gli affari correnti con questo colloquio personale che un po’ lo attira e un po’ lo insospettisce («Siete proprio sicuri che la mia vita interessi a qualcuno?»). Ma abbastanza immerso nel conflitto intorno alla Rai per non lasciarsi andare almeno ad un commento: «Bastava accettare la mia ricetta e tutto questo non sarebbe accaduto».Quale ricetta, presidente?«Quella della privatizzazione, naturalmente. Non c’è altra soluzione, dato che il concetto di servizio pubblico è diventato elusivo».Elusivo?«Sì, sfuggente, inafferrabile. Il festival di Sanremo è un servizio pubblico? I quiz sono un servizio pubblico? Le natiche delle vallette sono un servizio pubblico? L’unico servizio pubblico è il telegiornale. Ma per farlo diventare veramente tale, è necessario privatizzare. Solo allargando il mercato delle opinioni si ottiene la pluralità e quindi un servizio diretto al pubblico. Che è cosa ben diversa da un gestore pubblico».Lei ha parlato di cavilli e astuzie personali. È rimasto deluso dal comportamento di quel fine giurista che è il suo amico Baldassarre?«Ho solo dichiarato che trovavo inopportune le sue nomine affrettate e avallate da un solo consigliere, mentre un altro stava furbescamente a bagnomaria dietro la porta. Conosco bene Baldassarre, e lo stimo, ma dire amico è un po’ troppo. Si tratta infatti di una conoscenza recente. L’amicizia è un’altra cosa».Che cos’è?«È quella, per esempio, che mi univa a Lucio Colletti, la cui morte ancora mi fa soffrire. O quella che mi legò a Vittorio Saltini, intellettuale di gran prestigio oggi un po’ dimenticato, che un giorno lontano mi strappò dalla mia calda cuccia accademica e mi butto nell’arena dei media».Come fece?«Parlò di me a Livio Zanetti, quel vostro straordinario direttore che, negli anni Settanta, rese “L’espresso” un vero laboratorio di idee. Zanetti aveva sentito parlare di Popper e voleva qualcuno che lo divulgasse. Ne parlammo al telefono e mi chiese di scrivere un numero imprecisato di cartelle».Quante ne scrisse?«Venti, e uscirono tutte. Le concordai con Paolo Mieli, allora caposervizio della cultura. Ci incontrammo come due cospiratori alla stazione di Firenze».Cospiravate su Popper?«Non ci eravamo mai visti e, per poterci riconoscere, ci comunicammo dei segni distintivi. Curiosamente erano simili per entrambi: cappotto di loden e “la Repubblica” sotto il braccio. Ci trovammo all’edicola in fondo ai binari e diventammo amici al ristorante Sabatini, di fronte alla stazione. Così si diventava amici a quei tempi».Erano i tempi in cui Cesare Musatti, commentando un altro suo articolo su “L’espresso”, scrisse che finalmente capiva l’origine del detto “un ragionamento a pera”.«Musatti si risentiva per alcune mie posizioni sulla non scientificità della psicoanalisi, ma non era l’unico a fare dello spirito sul mio cognome. Io stesso, molti anni dopo, collaborando al “Messaggero”, proposi al direttore Giulio Anselmi una rubrica dal titolo “Discorsi a pera”. Con quell’etichetta sarei stato libero di scrivere ciò che mi passava per la testa. Ma lui non accettò».La psicoanalisi non falsificabile e quindi non verificabile: siamo sempre a Popper. Davvero questo filosofo è un suo secondo padre?«Non esageriamo. Questo mio legame con Popper è una cosa che la stampa ripete sempre, che forse mi è rimasta addosso perché sono stato il primo a parlare di lui in Italia. Ma non sono mai stato pienamente d’accordo con le sue teorie. La mia figura di riferimento, il filosofo che ho studiato per tutta la vita, è semmai Kant. E poi di padre ne ho avuto solo uno, quello vero, che se ne è andato presto».Quando?«Non so più l’anno, non riesco a ricordarlo. Era ancora abbastanza giovane, aveva solo 61 anni, ma era stato molto provato dalla vita».Quindi non ha fatto in tempo a vedere i suoi successi. È un rammarico per lei non potergli mostrare dove è arrivato?«No, perché ci sarebbe rimasto male».Male? Lei è la seconda carica dello Stato.«Vedermi qui avrebbe smentito tutte le sue certezze, il suo fatalismo immobile, la sua rassegnazione di classe. Gli avrebbe dimostrato che il suo accontentarsi di un lavoro qualunque, senza altre ambizioni, era stato un errore. Per la mia famiglia, che era veramente povera, la sola regola era infatti quella di fare il proprio dovere. Senza chiedere o pretendere niente. L’unica volta che osai chiedere qualcosa, mia madre mi diede il primo e ultimo ceffone della mia vita. Ancora mi brucia».Che cosa le aveva chiesto?«Un premio, perché avevo preso un bel voto a scuola. Fu una lezione memorabile. Non ho più chiesto nulla».Ma ha ottenuto molto. Come ha fatto?«Con la testardaggine che mi ha sempre distinto. Volli per esempio andare alle scuole medie e non a quelle di avviamento professionale, come si usava allora per chi non poteva proseguire gli studi. Ma bisognava superare un esame di ammissione con nozioni di latino e analisi logica. Mi aiutarono dei vicini di casa, che pagarono le ripetizioni. Poi alle medie, aiutai mio padre a fare, anche lui, un esame per passare dalla condizione di manovale delle ferrovie a quella di operaio. Alla sera gli davo una mano a scrivere meglio e a capire le radici quadrate».È una storia da libro “Cuore”.«È una storia della Lucca degli anni Cinquanta e Sessanta, dove la società era ancora rigidamente divisa in ceti sociali. Io abitavo fuori dalle mura, in un quartiere popolare. Dentro le mura c’era la borghesia colta e i benestanti. Tra loro, un ragazzo un po’ più vecchio di me che si chiamava Giuliano Amato. Lo incontravo spesso in un cineclub che frequentavamo entrambi».Com’era Giuliano Amato all’epoca?«Identico ad oggi. Già allora di lui si poteva dire che era “nato imparato”. Ricordo una lunga discussione dopo il film “Sabato sera, domenica mattina», affresco memorabile dell’Inghilterra proletaria di quei tempi. Giuliano diceva che il protagonista, interpretato da Albert Finney, faceva la rivolta e non la rivoluzione. Io non ero d’accordo sulle categorie in campo. Del resto, a 17 anni, mi sentivo un buon esperto di cinema e di morale. Specie dopo l’esperienza de “La dolce vita”, che fu per me un momento iniziatico».Le piacque così tanto?«Ci fu qualcosa di più del piacere nel mio incontro con il film di Fellini. Lo vidi molte volte e, nel buio della sala, presi appunti frenetici sul congegno della storia e sull’ideologia che la ispirava. Credo di poter dire che “La dolce vita” mi insegnò a pensare e mi spinse a scrivere. Anche se ciò che scrissi ancora oggi mi imbarazza».Perché?«Perché compilai un saccente saggetto sul degrado morale della borghesia, sulla lascivia del bagno nella fontana e sul mondo in disfacimento di Fellini. Poi spudoratamente lo inviai a Guido Aristarco, mitico direttore di “Cinema Nuovo”».Non ci dica che venne pubblicato.«Naturalmente no. Dopo qualche tempo Aristarco mi fece pervenire una inevitabile bocciatura che io, onoratissimo, incorniciai. Ma non mollai. In seguito, quando avevo già percorso qualche sentiero filosofico, gli mandai un altro scritto sull’estetica del cinema, che fu pubblicato».Certo non mancava di iniziativa. Una virtù che ha conservato?«Penso di sì. È la caratteristica che mi aiutò a lasciare quell’impiego in banca che, dopo il diploma in ragioneria, avevo dovuto accettare per aiutare la mia famiglia. Di giorno lavoravo allo sportello dei conti correnti e di notte studiavo per prendere la maturità classica. Ce la feci in tre anni. Continuai, da solo, con l’università. Fino alla laurea, a 29 anni, e al primo incarico accademico che mi aprì altre strade».Quindi lei è un vero autodidatta. Chi studia da solo fino ai suoi livelli, ha qualcosa di più o di meno degli altri?«Ha molto di più. Conosce la determinazione, la fatica e anche la misura dei propri limiti».Invece un intellettuale che fa il politico?«Quello ha parecchie cose in meno rispetto al professionista. Gli manca la malizia, il cinismo, la capacità di titillare la verità a proprio comodo, l’amore per il potere».Mettiamo in pratica: Casini è il politico, lei l’intellettuale.«Non scherziamo. Casini è più bravo, più bello, più politico, più tutto. Ho grande ammirazione e anche rispetto per lui».Lei ogni tanto ha delle uscite strabilianti. Alla fine del discorso di insediamento al Senato ha gridato “Viva la libertà”. Come le è venuto?«In quel momento ho pensato a Gosti, il mio nonno Costante».Era un anarchico?«No, era solo il mio grandissimo nonno, la figura forte della famiglia. Viveva con noi, cioè eravamo noi a vivere con lui, come si usava nelle famiglie povere dell’epoca. Quando di notte mi sentivo triste, mi infilavo nel letto dei nonni, mica in quello dei genitori. Era un operaio, faceva i sigari nelle manifatture di Lucca e sapeva raccontare storie straordinarie, come la sua prigionia in Austria durante la prima guerra mondiale, quando lo misero a spaccare pietre in una cava. Ogni sera alle sei, si inginocchiava vicino a una sedia, chiamava tutta la famiglia e ci faceva dire il rosario».Eppure lei sembra un campione di laicismo. Quando ha smesso di essere religioso?«Non ho mai cominciato. Nonostante i rosari, sono sempre stato un non credente».Come mai ha caldeggiato il crocefisso nelle aule scolastiche?«La nostra cultura è stata fecondata dal cristianesimo e quindi il crocefisso è un simbolo della nostra identità. Ciò non vuol dire che dobbiamo infilare Dio nella Costituzione europea o inseguire su tutto le posizioni della Chiesa. Da quando non c’è più la Democrazia cristiana, che era un grande partito laico, vedo troppi politici che cercano in tutti i modi di lusingare un eventuale elettorato cattolico».A proposito di identità dell’Occidente, fu lei a suggerire a Berlusconi quell’infelice uscita sulla superiorità della nostra cultura?«Perché me lo chiede?»Perché il giorno prima, in un’intervista al “Foglio”, lei aveva detto le stesse parole.«Mi lasci allora la soddisfazione di avere convinto almeno un lettore».Presidente, lei ha una moglie?«Certo, si chiama Antonia Tomei. L’ho conosciuta in banca e l’ho sposata nel ’68. Ha continuato a fare la bancaria fino a poco tempo fa. Ora è in pensione e mi ha seguito a Roma».E dov’è? Com’è che non la si vede mai?«Perché è, se possibile, ancora più riservata di me».Invece è noto che non ha figli. Le dispiace di non lasciare una discendenza?«Niente affatto. E poiché il mio unico fratello ha due figlie femmine, a consolazione di chi mi vuole male, posso tranquillamente annunciare la fine dei Pera».

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