Interventi

Il ponte della cultura fra Italia e Stati Uniti

14 Maggio 2007

Il ponte della cultura fra Italia e Stati Uniti

1. Magnifico Rettore, autorità italiane e americane, cari colleghi e studenti. In primo luogo, grazie per l’invito a intervenire alla cerimonia di inaugurazione di questo dottorato di ricerca in scienze umane che vede unite le università di Catania, di Reno Nevada e della Mississippi State. In secondo luogo, congratulazioni per l’iniziativa. In terzo luogo, un saluto cordiale a tutti e augùri di buon lavoro.

Credo che l’onore che mi viene fatto nasca da varie ragioni. Perchè ho insegnato vari anni in questo ateneo. Perchè sono amico di alcuni docenti del nuovo dottorato. Perchè, a suo tempo, invitai i miei giovani colleghi di Catania a fare un salto oltre l’Oceano. E perchè mi considero un amico dell’America e della sua cultura. La circostanza che sia soprattutto un ‘ex’ – un ex-professore, un ex-studioso, un ex-autore di libri, e tanti altri ex – conferisce alle mie parole il credito che si dà ai discorsi dei vecchi, i quali, come è noto, si sopportano con rassegnazione. Per questo, cercherò di farmi sopportare per poco tempo. Così vi rimarrà il dubbio se avrete perduto una grande occasione oppure se avrete evitato una noia mortale. 
Il tema delle relazioni culturali fra l’Italia e, più in generale, fra l’Europa e gli Stati Uniti non è, a mio avviso, solo culturale ma è anche politico. Desidero perciò affrontarlo brevemente da entrambi i punti di vista.

2. Comincio dall’aspetto culturale. Poichè oggi parte un dottorato intercontinentale dedicato alle scienze umane, la filosofia – supposto che nelle università si pratichi ancora della buona filosofia – mi aiuta per impostare il discorso che intendo fare.
È pressochè un truismo, anche se è un truismo illuminante, che non esiste una scienza locale, nè una scienza solitaria o individuale. Universalità e solidarietà (o collaborazione) sono i sigilli della conoscenza. Lo prova la stessa circostanza che questo nuovo programma di dottorato dedicato alle scienze umane vede unite una università italiana e due università americane, assai diverse l’una dall’altra.
Naturalmente, la solidarietà o la collaborazione non escludono la competizione. Al contrario: la conoscenza si scopre inventandola, precisamente come fecero Cristoforo Colombo con la scoperta del continente americano o Galileo con la scoperta della legge d’inerzia. Ma affinchè una invenzione, che è, o deriva sempre da uno sforzo individuale produca una autentica scoperta, occorre che le idee di chi cerca di inventare siano sottoposte alla discussione, critica, controllo, degli altri. La competizione intellettuale è perciò un ingrediente essenziale delle scienze, comprese le scienze umane che sono le più controverse e le più ambiziose.
Ma c’è un altro aspetto che deve essere sottolineato. La competizione intellettuale richiede la competizione istituzionale. Non si può competere se le università sono sistemi chiusi o autosufficienti o autorefenti.
Chi ha avuto esperienza di università italiane e americane sa che qui, molto più che nei finanziamenti, nella edilizia o nel numero e nelle dimensioni delle università, sta la differenza principale tra i due sistemi. La parola, e ancor più il concetto e la pratica della competizione, mentre è diffusa nel sistema americano, è stata per lunghi anni bandita dal nostro vocabolario accademico, e ancor oggi, è avversata dai più e usata con sospetto, benchè tutte le menti oneste ormai riconoscano i guasti compiuti da un sistema che voleva premiare l’uguaglianza a scapito della competizione fra i differenti.
Per fortuna nostra e loro, i nostri colleghi americani oggi sono meno insulari di ieri. Viaggiano, vengono in Italia, tengono lezioni e seminari da noi, lavorano nei nostri laboratori. Quando lo fanno è perchè pensano di arricchirsi intellettualmente e di trarre vantaggi professionali. A nessuno di loro passerebbe per la mente di lamentarsi per un fenomeno che in Italia è chiamato, soprattutto da coloro che lo hanno provocato, ‘fuga dei cervelli’. Ora, supposto che si tratti veramente di cervelli, i quali sono merce assai rara, e supposto che si tratti di una vera fuga e non, come invece è, di una normale circolazione di uomini alla ricerca delle migliori opportunità in un mercato aperto, è evidente che questo fenomeno deriva proprio dalla perversa ideologia secondo la quale la nostra università deve essere, per quanto riguarda gli studenti, un luogo di formazione gratuita in cui tutto viene dato a tutti, indipendentemente dai loro meriti, e, per quanto riguarda i docenti, un luogo di lavoro statale come qualunque altro, indipendentemente dalle vocazioni e dai risultati. Non è infrequente, ancor oggi, sentir dire in Italia che il diritto di istruzione universitaria è un diritto di cittadinanza. Questa è una delle tante conseguenze perverse a cui conduce l’idea, europea e italiana, dell’uguaglianza sociale. Purtroppo per noi, Rosseau e Marx, spesso conditi con la cultura cattolica della carità a spese della collettività, continuano a fare vittime.
Qui risiede, secondo il mio punto di vista, il principale aspetto culturale delle nostre relazioni con il sistema universitario americano. Iniziative come questa che inauguriamo oggi ci consentiranno di capire che se il nostro sistema, sul mercato internazionale, non ha lo stesso grado di eccellenza di quello americano, ciò non dipende da alcuna inferiorità intellettuale nostra, ma da una debolezza istituzionale. Le capacità, l’intelligenza, lo spirito di ricerca sono come il buon senso secondo Cartesio, cioè la cosa meglio distribuita, e perciò sono tanto sviluppate a Catania quanto lo sono nel Nevada o nel Mississippi o altrove. Per farle emergere, dobbiamo solo creare le condizioni di supporto: la competizione farà il resto da se sola.
Conosco l’obiezione: questo è darwinismo sociale, e naturalmente alle nostre orecchie rousseauiane il concetto suona come una parolaccia. Ma, mi domando, se il povero Darwin oggi è (a sproposito) invocato per ‘rompere l’incantesimo’ (breaking the spell) niente meno che della religione, come vuole lo scienziato sociale Daniel Dennet, perchè un po’ di Darwin non potrebbe essere usato per rompere il nostro incantesimo accademico? Siccome a Catania precisamente questo si intende fare, questa è una ragione in più per esprimere soddisfazione.
Sempre parlando dal punto di vista culturale delle relazioni Italia-Usa, vorrei sottolineare un altro aspetto, questa volta visto dalla parte dell’America. Per molti anni, gli studenti e i docenti italiani hanno beneficiato delle opportunità della Fondazione Fulbright. È così che molti di noi hanno varcato l’Oceano e hanno conosciuto e si sono fatti conoscere da loro colleghi americani. Ora un dottorato come quello di Catania inverte l’ordine di marcia, perchè consente a studenti e docenti americani di conoscere e di farsi conoscere dai loro colleghi italiani. Se prima gli italiani hanno scoperto l’America ora gli americani possono scoprire l’Italia, non soltanto la musica, la lingua, l’ambiente e, almeno a Catania, le belle donne, ma la cultura, le invenzioni, la ricerca, le scoperte. Il mondo globale, che soprattutto la scienza ha contribuito a rendere tale, consente agli uni e agli altri nuove opportunità. Naturalmente, anche qui non bisogna farsi trascinare da Rousseau a condannare il mondo globale, come spesso invece si fa con il mercato gobale. 

3. Vengo ora alle relazioni Italia- e Europa-Usa dal punto di vista politico. L’argomento non è estraneo al programma di dottorato ma ne è parte integrante, perchè fra i temi di ricerca si trovano ‘la geografia umana e fisica dell’Europa quale ambiente e formazione della cultura della tradizione europea’ e ‘la storia del pensiero europeo con particolare riferimento ai momenti di sutura con la tradizione storica e scientifica’.
Osservo che Daniel Dennet deve aver colpito ancora, perchè si menziona la tradizione storica e quella scientifica del pensiero europeo, ma non la tradizione religiosa. E benchè non sia ancora diventato un monaco o un prete, io penso che, se questa dimensione della cultura europea viene trascurata, allora sarà difficile spiegare ad uno studente non solo s. Agostino o s. Tommaso, ma, per restare nelle scienze umane, Machiavelli. La scienza europea è debitrice del cristianesimo europeo. Se lo si elimina, certo si elimina anche il processo a Galileo, ma si perde lo stesso Galileo scienziato.
Ma, a parte ciò, il progetto è ambizioso e benemerito. E naturalmente è politico, perchè quando si studia la tradizione europea, come qui si vuole fare, si mette a fuoco l’identità politica europea. E quando si mette a fuoco l’identità europea si solleva il problema dell’identità occidentale, e dunque delle relazioni Europa-America.
Secondo la mia opinione, la tradizione europea è parte della tradizione americana. Impossibile spiegare la fondazione costituzionale dell’America senza il liberalismo europeo. Impossibile capire l’America senza l’Europa. Anche se fosse vero, come ha scritto uno studioso, che l’una oggi è diventata Marte e l’altra Venere, resta ugualmente vero che si tratta di due pianeti che ruotano attorno allo stesso sistema solare.
Tutti sappiamo che le relazioni euro-americane non sono attualmente come erano anni fa. C’è in proposito un paradosso. Da un lato, cresce anche in Europa l’antiamericanismo e addirittura la tendenza a definire l’Europa in termini di distinzione e contrapposizione con l’America o, in modo più gentile, a pensare l’Europa come la ‘non America’, come ha scritto lo storico inglese Timothy Garton Ash; dall’altro lato, l’Europa ‘consuma’ ogni giorno sempre più America, non solo hamburger, coca-cola, jeans, musica, TV e film di Hollywood, ma anche tecnologia, alta cultura, istituzioni. E il paradosso si aggrava, perchè spesso coloro che diffondono l’antiamericanismo sono gli stessi che fanno a gara per avere un incarico di insegnamento in una qualunque università americana.
Questo dottorato costituisce allora un’occasione importante per un serio confronto di opinioni fra le due sponde dell’Atlantico. Siccome abbiamo un po’ perduto i contatti, occorre riallacciare le relazioni. Che cosa è più utile a questo scopo di un dottorato che intende studiare la tradizione europea e presentarla a studenti americani?
Tutti sanno come la penso su questo punto. Per l’Italia e l’Europa, avere divergenze con l’America è una questione normale. Le relazioni internazionali anche fra paesi alleati corrispondono sempre a interessi nazionali e questi, in alcuni casi, possono cambiare e col tempo anche divergere. Ma per l’Italia e l’Europa staccarsi dall’America sarebbe un suicidio. Abbiamo così tanta storia, cultura, princìpi e valori in comune che non possiamo dividerci. E poi oggi abbiamo anche nemici che intendono distruggerci proprio perchè siamo un’unica cultura e un’unica civiltà. Quella sorta di deriva continentale politica fra Europa e America che si sta verificando è, per me, priva di senso culturale prima che politico. Capisco le motivazioni, perchè naturalmente Venere è più appetitosa di Marte. Capisco gli interessi che si confrontano. Ma non capisco e comunque non apprezzo la divisione che rischia non solo di spezzare un’alleanza, ma di mettere a rischio un’intera civiltà.
Qui, mi rendo conto, entrano in gioco anche i sentimenti. E forse si sente il vecchio che parla, quello che si ricorda degli americani che hanno perso tanti giovani per liberarci dai nostri fantasmi, del piano Marshall, delle rimesse dei nostri emigrati, delle borse Fulbright, e di tanti altri motivi di gratitudine. I giovani di oggi hanno altri orizzonti. Ma i vecchi hanno la memoria ostinata. Se non bastasse, un dottorato di ricerca in scienze umane sarebbe un’eccellente medicina. Per questo vi ringrazio, con quel pizzico di nostalgia che colpisce sempre gli ex. Augùri.

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