Interventi

L’Italia a rapporto

Unioncamere. Giornata dell’economia

Roma, 9 maggio 2005

 

1. Un sistema solido

Nel porgere il mio più cordiale saluto a tutti i partecipanti a questa Giornata dell’economia, desidero in primo luogo esprimere il mio sincero apprezzamento per il Rapporto Unioncamere 2005 che viene oggi presentato.

Per due ragioni: la precisione dei dati che fornisce, e soprattutto la metodologia utilizzata. Grazie alla rete capillare delle camere di commercio, il Rapporto offre un quadro dettagliato ed aggiornato delle dinamiche in atto nell’economia italiana, costruito su informazioni di prima mano assunte dal mondo delle imprese. Troppo spesso le analisi economiche utilizzate nell’ambito della discussione politica sono viziate da preconcetti ideologici di parte, come se i dati fossero di destra o di sinistra. Personalmente, sono a favore del maggioritario, del bipolarismo, della democrazia dell’alternanza, dei partiti unici di centrodestra e di centrosinistra, tutti processi che nel nostro sistema politico sono ancora incompiuti e perciò lo rendono così anomalo rispetto a quelli dei paesi nostri partner e competitori. Ma sono anche contrario al relativismo in qualunque veste, compreso quella statistica. L’1% di una grandezza economica può essere giudicato poco o abbastanza, insufficiente o promettente, adeguato o manchevole, ma deve essere e rimanere l’1%, chiunque sia al governo. L’immaturità del nostro dibattito politico si nota anche dallo stucchevole balletto dei dati che esso produce. Vengo ora al contenuto del Rapporto. L’impressione meditata che ne viene fuori è che, nonostante le catastrofiche predizioni, le retoriche prediche e le superciliose lezioni che ogni giorno ci vengono vaticinate o impartite, il nostro sistema economico è solido, attraversa una fase di evoluzione e di crescita, e però presenta visibili elementi di criticità. Il dato più interessante è quello relativo alla crescita dimensionale delle imprese e ai processi di concentrazione, ricordati dal Presidente Sangalli. È stato utile intervenire con agevolazioni su questo fenomeno. In un’economia globale, il profilo dimensionale assume una valenza decisiva, poiché per competere sui mercati internazionali occorre possedere la necessaria massa critica. I dati del Rapporto confutano la tesi secondo la quale il sistema produttivo italiano sarebbe destinato per vocazione naturale ad essere un sistema di nani. Il nostro sistema imprenditoriale registra invece processi di crescita e di integrazione in strutture di gruppo che consentono di mantenere e in qualche caso migliorare le posizioni sui mercati internazionali. Questi processi di crescita dimensionale, confermati anche dal numero crescente di società di capitali registrate, hanno effetti positivi sul sistema nel suo complesso, ove si considerino due fattori, entrambi colti dal Rapporto: maggiore dimensione dell’impresa significa maggiore propensione ad assumere nuovo personale (100 mila nuovi posti di lavoro dichiarano gli imprenditori per il 2005), e significa maggiore ricerca di figure di elevata professionalità. Insomma, dalla lettura del Rapporto risulta che non stiamo andando a fondo, non siamo condannati al declino, non abbiamo un futuro negativo segnato. È bene saperlo, è bene dirlo, è bene crederci.

2. Ieri e oggi

E però non stiamo neppure andando con la velocità che il nostro sistema potrebbe e dovrebbe permettersi. Le zone buie e gli elementi critici esistono e non è saggio nasconderle o minimizzarle. Il nostro sistema economico soffre, così come soffrono molte famiglie e molte imprese. Anche questo è un dato, non importa se più percepito che reale. Per analizzarlo e cercare di porvi rimedio, dobbiamo però partire da un altro dato che serve da pietra di paragone. Dopo il crollo del Muro dell’89 e la ghigliottina giudiziaria del 1993, non soltanto in Italia è scomparsa una classe dirigente politica, è entrata in sofferenza anche una parte non indifferente della classe imprenditoriale ad essa contigua e spesso speculare. La democrazia e l’economia di mercato hanno resistito, a dimostrazione di quale grande paese sia l’Italia, ma, perdute le cinture protettive consuete, l’intero sistema è andato incontro a serie difficoltà. D’improvviso, ci siamo scoperti in ritardo: nelle decisioni politiche, nelle strategie economiche, nel sistema istituzionale, nell’apparato amministrativo, giudiziario, scolastico, universitario. Il debito pubblico è ancora oggi la stele funeraria eretta sui nostri errori del passato. E il nostro ritardo si è mostrato in tutta la sua crudezza quando i mercati si sono allargati, nuovi paesi sono diventati protagonisti economici mondiali, e l’Euro e i parametri europei ci hanno imposto, assieme a virtù nuove, anche vincoli pesanti, l’uno con la sua sopravalutazione e gli altri con cappi al collo della crescita, stretti e talvolta miopi. E però abbiamo resistito e andiamo avanti come un grande paese. Tra i progressi che abbiamo compiuto e che sono documentati da dati come quelli contenuti nel Rapporto Unioncamere, uno è fondamentale ed è il più prezioso di tutti. Si tratta di un fatto di cultura politica e imprenditoriale enorme, di un cambio di mentalità profondo. Se oggi, parole fino a ieri bandite con le scomuniche ideologiche come “flessibilità”, “liberalizzazione”, “deregolamentazione”, “competitività”, “innovazione”, “ricerca”, sono invece diventate concetti e da concetti si sono trasformate in azione, significa che il progresso compiuto è stato enorme. Stiamo affrontando con fatica ma con successo la sfida della modernità, per usare un’altra parola fino all’altro giorno sospetta, come si diceva, di liberismo (naturalmente “selvaggio”). Abbiamo tanti problemi, ma quando ci lamentiamo di come siamo oggi, non dobbiamo dimenticarci di come eravamo appena ieri. Per debito di onestà e a pena di credibilità, non dovrebbero dimenticarselo neppure i protagonisti di ieri che per nostra fortuna operano ancora oggi. Alla fine, chi gioca a nascondino con le responsabilità soltanto degli altri perde la partita ed esce di scena.

3. Ora e domani

Ho parlato tuttavia di aree critiche. Dobbiamo riconoscerle e prenderle di petto con misure adeguate. Comincio dal nostro sistema istituzionale, che è al tempo stesso incubatrice e letto di procuste del nostro sistema politico. Qui un intervento è ormai indilazionabile. Dobbiamo correggere errori, anche devastanti, commessi con la riforma del Titolo V della Costituzione. Dobbiamo congegnare un sistema di equilibri istituzionali che non porti la sovranità altrove e non paralizzi le decisioni politiche. Dobbiamo assicurare al primo ministro i poteri che oggi possiede l’ultimo sindaco dell’ultimo comune d’Italia: altro che “dittatura del premier” o “premier invulnerabile”! Non solo per quanto riguarda gli assetti istituzionali, anche per quanto riguarda i princìpi, dobbiamo comprendere fino a che punto la nostra Costituzione sia compatibile con quella europea e a chi spetti esattamente il primato, prima che a deciderlo sia qualche giudice da qualche parte. Una costituzione è uno strumento per il progresso di un popolo, e la parte seconda della nostra Costituzione è oggi uno strumento che ha bisogno di seria revisione. Abbiamo calcolato i costi economici e finanziari di questa mancata revisione? Quanto pesa sui nostri bilanci un premier senza effettivi poteri, un parlamento che si depaupera di decisioni, un bicameralismo perfetto, un federalismo incerto e perciò litigioso, regolamenti parlamentari adatti ai tempi della consociazione e non più del bipolarismo? Altra area critica: il sistema della formazione e dell’istruzione. Occorre avere ben chiaro che le politiche della formazione professionale devono essere calibrate sulle esigenze del mercato del lavoro. È perciò necessario superare l’attuale situazione di incomunicabilità fra mondo delle imprese e sistema della formazione. Le riforme della scuola finalmente approvate in questa legislatura costituiscono un importante passo avanti in questa direzione perché realizzano una situazione meno spersonalizzata e meno isolazionista della nostra istruzione. Lo stesso vale per il sistema universitario e della ricerca. Anche in questo settore, grazie ad un notevole sforzo di allocazione di risorse pubbliche, stiamo facendo progressi. Altri ne faremmo se anche le imprese comprendessero meglio che l’investimento in innovazione e ricerca è l’unica via oggi consentita per competere sui mercati. E altri passi ancora seguirebbero se si superassero le resistenze corporative ad una riforma del nostro sistema universitario, alle sue modalità di reclutamento, di valutazione, di controllo, di governance. Lo slogan ripetuto ancora da troppi – compresi molti pigri addetti ai lavori – che l’università non è una fabbrica costa caro ai nostri studenti, costa carissimo alle nostre imprese, è insostenibile per il Paese. Perché, se anziché una fabbrica competitiva, l’università diventa un ente di assistenza, ciò che si producono sono solo sussidi mascherati da borse di studio, contratti e stipendi. Non è vero che il problema è solo dello Stato: è delle famiglie, è delle imprese, è degli enti locali, è delle fondazioni. Se questi soggetti si mettessero assieme, perché la nostra università non dovrebbe produrre quello che producono quelle straniere con cui siamo in concorrenza? Altra area su cui intervenire: il sistema del credito. La transizione del nostro sistema bancario verso il mercato non si è ancora completata ed è certamente un bene che avvenga. Con una doppia avvertenza, però. Primo, che il mercato ha regole simmetriche: se da un paese è possibile fare la spesa in un altro paese, questa spesa deve essere possibile anche nella direzione opposta. Secondo, che su un mercato i soggetti sono tutti uguali: se uno ha un diritto, anche il suo competitore ha lo stesso diritto. Infine: l’efficienza amministrativa. Quantità e tempi delle nostre procedure non solo sono spesso ingiustificatamente eccessivi, ma soprattutto non sono prevedibili. Gli indici internazionali relativi alla libertà economica dei diversi sistemi nazionali purtroppo confermano che l’Italia ha ancora molte posizioni da guadagnare, nonostante gli sforzi importanti compiuti negli ultimi anni, come la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la politica monetaria, il contenimento dell’inflazione, l’abbandono di meccanismi di controllo dei prezzi, le privatizzazioni, la riforma dei mercati finanziari e creditizi, la riforma del diritto societario. E però esiste ancora un eccessivo “costo dello Stato”, riferibile non tanto al dato quantitativo del flusso di risorse drenate dal settore pubblico, quanto piuttosto a quello qualitativo della regolazione pubblica e dell’organizzazione amministrativa. Questo costo deve essere abbattuto. Occorre riconoscere che le politiche per la semplificazione e la qualità della regolazione sono rimaste in questa legislatura nel limbo delle buone intenzioni. È necessario invece che diventino una priorità politica, alla quale dedicare una speciale task-force dotata di forte legittimazione, che coinvolga anche il sistema delle regioni e delle autonomie, nonché il mondo delle imprese e delle professioni.

4. Il cavallo e la frusta

Per concludere. Quelli che ho elencato sono i temi e i problemi principali dell’agenda politica del nostro paese. Conosciamo le difficoltà.

Dobbiamo affrontare questi problemi in una congiuntura economica internazionale che si è resa più difficile dopo l’11 settembre. Dobbiamo affrontarli in una situazione politica in cui anche l’Unione europea tarda a prendere decisioni coraggiose oppure le prende e promette e poi non mantiene. E dobbiamo affrontarli in un contesto mentale cambiato.

Quando la sfida della modernità fu infine accettata e divenne agenda di governo, vivevamo ancora nell’epoca dell’espansione e della liberalizzazione. Oggi che le bolle si sono sgonfiate, la crescita è diminuita, e la competizione è aumentata, rischia di ritornare l’epoca della protezione. Più protezione è ciò che chiedono le famiglie, le categorie, le imprese, le aree geografiche. Ma la protezione non è più possibile nei modi e nelle forme in cui lo era al tempo del Muro e dentro le cittadelle dei mercati locali o circoscritti. Oggi siamo in mare aperto. Gli imprenditori meglio di altri sanno che l’unico destino cui non ci si può sottrarre è quello di rischiare. Sanno che ciò che alla fine conta è lo spirito di intrapresa. E sanno che, per sviluppare questo spirito, c’è bisogno di condizioni al contorno, cioè di quadri normativi certi, di cornici politiche stabili, di amministrazioni efficienti, di infrastrutture materiali e immateriali adeguate. Sempre più la ricchezza si produce con risorse umane cui sia data la massima libertà di crescere e agire. Non è tanto lo Stato che deve ritirarsi, è lo Stato che deve cambiare veste: da gestore, imprenditore, amministratore quale è stato, a educatore, istruttore, stabilizzatore, quale sempre più deve essere.

Se questo sa bene il mondo dell’impresa, lo sa anche quello della politica? Finalmente uscito dal torpore, il nostro sistema politico cerca oggi di riordinarsi con formazioni più unite e coese su entrambi i versanti. Di qua e di là, si parla di alleanze, unioni e partiti unici. È un segnale di crescita e anche di consapevolezza che deve essere incoraggiato. Ed è anch’essa una risposta alla sfida della modernità, la quale chiede strumenti politici nuovi per tempi politici nuovi.

È augurabile che questi processi continuino e che non siano distratti da considerazioni marginali o da inversioni nella gerarchia dei problemi. Alla fine, ciò che conta sono le ricette e le proposte. Questo, assai più dell’età, della discendenza o dell’avvenenza dei leader o dei premier è ciò che vuole sapere la gente, e questo è ciò che chiedono le imprese. Quando si parte per una corsa, si pensa prima alla biada per nutrire il cavallo, solo dopo al frustino per farlo correre. Vale per i processi politici dei partiti ciò che vale per i progetti economici delle imprese: prima i programmi, poi gli organigrammi. Anche perché i programmi utili e adeguati alle esigenze sono pochi, di organigrammi defunti sono pieni i cimiteri delle ambizioni.

 

 

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