Marcello Pera: “Trump ha deciso di sacrificare l’Europa sull’altare di Putin”
di Giulio Ucciero
“Trump ha deciso di sacrificare gli europei”. L’ex presidente del Senato Marcello Pera, filosofo e accademico, oggi senatore di Fratelli d’Italia, è un atlantista convintissimo. Ma l’ultimo smacco di Donald Trump a Giorgia Meloni costringe l’Italia a “riconsiderare attentamente e prudentemente le nostre posizioni”.
Presidente Pera, Donald Trump attacca di nuovo violentemente Meloni. Perché? È rimasto sorpreso dalla violenza dell’americano?
Sorpreso no, purtroppo, dati i tanti precedenti, ma amareggiato molto. Sono da sempre amante dell’America e della sua storia e ora vedo un presidente americano spezzare un legame radicato nei secoli, fin da quando il nostro Filippo Mazzei prestò a Thomas Jefferson il pensiero cardine su cui si fondano gli Stati uniti e ogni stato liberale, e cioè: “Tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi ed indipendenti. Quest’eguaglianza è necessaria per costituire un governo libero. Bisogna che ognuno sia uguale all’altro nel diritto naturale”. Temo che Trump non lo sappia.
La premier ha risposto duramente. Lei ha capito perché, come dice Meloni, Trump attacca più gli alleati che i suoi nemici?
Attacca gli europei più di tutti, perché ha deciso di sacrificarli sull’altare di Putin e perché non li capisce. Qualche ragione ce l’ha, naturalmente: come tanti hanno detto, noi abbiamo vissuto a lungo da scrocconi che crescevano in pace grazie alla protezione dallo sceriffo del villaggio. Ma da lì a rompere l’Alleanza atlantica c’è un passo mortale. Non credo che gli americani consentiranno a Trump di farlo.
Adesso bisogna capire come muoversi. Italia e Stati Uniti saranno alleati a prescindere dal presidente, ma per altri due anni dovremo avere rapporti con un leader come Trump. Dovremmo considerare gli Usa di Trump ancora nostri alleati?
Naturalmente sì, sono i nostri maggiori alleati. Ma dobbiamo riconsiderare attentamente e prudentemente le nostre posizioni, in primo luogo perché non siamo ancora in grado di sostituire l’alleato americano con uno europeo. È da spensierati gettare il cuore oltre l’ostacolo e issarci a protagonisti: l’Unione europea è un’unione di là da venire e Dio solo sa se mai verrà, non è un soggetto geopolitico anche perché mai si è considerata così e mai si è attrezzata per esserlo. Di solito, accampiamo il diritto internazionale, che è quell’insieme di ideali senza forza che gli Stati scrivono sull’elastico.
A quali conseguenze potrebbe portare lo scontro Trump-Meloni?
Ho detto che dobbiamo agire prudentemente, perché considerata la personalità umbratile, tracotante e spaccona di Trump, potrebbe comminarci ritorsioni. E potrebbe spaccare l’Atlantico anche più profondamente. Mi preoccupa il ritiro già messo in atto delle truppe americane in Europa.
Come fare a conservare la fede atlantista quando questa è picconata ogni giorno da quello che in teoria sarebbe il suo principale esponente?
Aspettando tempi migliori. Come quelli di prima i rapporti non torneranno più perché, Trump o non Trump, l’America sta cambiando strada a causa di altre urgenze, altre priorità, altri timori. Nel frattempo, dobbiamo tenere rapporti con quella parte dei governanti americani che, ricordandosi di sé, si ricorda di noi. I repubblicani, ad esempio, non sono tutti Maga. E anche alcuni Maga sembrano agire all’insegna del “Càlati juncu ca passa la china”. Trump non ha abolito le elezioni, i tribunali, le università, i giornali, e l’opinione pubblica americana è come tutte, cambia.
Fin da subito, Meloni non ha nascosto la volontà di creare un rapporto privilegiato con Trump. Crede che creare un ponte con Washington, o meglio con Mar-a-Lago, sia stato una illusione?
No, credo che sia stato una necessità e un giusto obiettivo da perseguire. Meloni crede nella nozione dell’Occidente, vi scorge la nostra civiltà e la nostra comunità cristiana, ne comprende il ruolo fondativo e di ispirazione. E non rinuncia a difenderla. La stessa America ne ha bisogno, perché dispiegare solo la forza senza un ideale unificante non è una politica che un grande paese di democrazia liberale possa perseguire. L’America non è pronta per la dittatura.
Ieri la premier ha ricevuto la solidarietà da leader come Macron. Meloni avrebbe dovuto insistere di più sull’alleanza europea? Avrebbe dovuto puntare più sul rapporto con l’E3? Perché non l’ha fatto? E ora dovrebbe farlo?
Non credo dovrebbe fare alcuna marcia indietro. Non c’è mai stato seriamente un bivio, o l’Europa o l’America, come alcuni tecnocrati italiani sostengono in strana sintonia con i nostri antiamericani di sempre, di destra e di sinistra. Ad oggi, un’Europa senza l’America è destinata a diventare una grande Ucraina. Proprio chi è avverso a Trump dovrebbe rifletterci.
Su quali priorità e su quali rapporti privilegiati deve puntare la politica estera italiana in questo ultimo anno di legislatura?
I rapporti privilegiati sono quelli fissati per sempre fra Jefferson e Mazzei, e non si possono cambiare, a meno di rinnegare, come vogliono tanti nazionalisti, anche senza il grado di generale, i princìpi della nostra civiltà. Le priorità le fissano soprattutto l’economia e la tecnologia. Il momento è brutto, ma passerà. Meloni ha mostrato fermezza e statura, dunque andiamo avanti, senza arroganza, senza genuflessioni, con spirito di realismo.
